Di Luca Bugada
«Nel secondo dopoguerra, due sono i motivi di tranquillità: uno interno, gli italiani sono vaccinati e i pericoli del contagio ridotti, come dimostra proprio il continuo allarme per ogni atteggiamento anche apparentemente dittatoriale; l’altro internazionale: la situazione mondiale sta uscendo dalla fase virulenta delle dittature, persistenti ormai solo in zone remote dalla “circolazione del nuovo spirito democratico”, sicché il benefico influsso della vita internazionale, al cui giro l’Italia non può sottrarsi, la proteggerà» (M.L. Cicalese, Partiti e rappresentanza politica in Guido De Ruggiero. 1944-1948, estratto da “Aspetti e problemi della rappresentanza politica dopo il 1945”, Collana: Centro Interuniversitario di Storia del Pensiero e delle Istituzioni Rappresentative, n. 6, 1998).
Il breve studio della Prof.ssa Cicalese, che insegnò Storia delle categorie politiche e Teoria e storia della storiografia presso l’Università degli Studi di Milano, affronta un particolare aspetto del pensiero dello storico e politico Guido De Ruggiero, mettendo a tema un interessante confronto tra il sistema italiano e quello inglese, in merito alle differenti soluzioni avanzate dai modelli maggioritario e proporzionale, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.
Secondo l’autrice, De Ruggiero non fece proprio il ragionamento secondo cui il sistema maggioritario potesse rappresentare un rischio maggiore di recrudescenze totalitarie, guardando invece con fiducia al modello inglese: ammesso pure che il pericolo di involuzione totalitaria sussista, De Ruggiero nell’estate del 1945 lo sgancia dall’adozione del sistema elettorale. Anzi gli pare «che si vada incontro a un rischio maggiore adottando un sistema che consenta la creazione di una maggioranza in qualche modo fittizia, cioè non corrispondente alla reale distribuzione delle forze politiche del paese» (G. De Ruggiero, Come si voterà, “La Nuova Europa”, 26 agosto 1945).
Cicalese sottolinea come il ragionamento espresso da De Ruggiero poggiasse su un giudizio positivo espresso nei confronti dell’esito delle consultazioni inglesi del 1945: «Nelle recenti elezioni i laburisti su 25 milioni di votanti avevano ottenuto circa dodici milioni di voti contro nove milioni dei conservatori e tre dei liberali. Col sistema proporzionale non avrebbero raggiunto la maggioranza per un governo stabile assoggettandosi o ad un accordo con i liberali o a un governo di minoranza sempre battibile da una maggioranza liberal-conservatore» (M.L. Cicalese, op. cit.).
Il sistema maggioritario, che alimentava i sospetti e i timori di molti analisti italiani, appariva, invece, particolarmente efficace e funzionale in terra britannica, dal momento che «il riconoscimento che il collegio uninominale all’inglese pur falsando i risultati della votazione e dando ad un partito e ai suoi candidati nei singoli collegi una rappresentanza sproporzionata ai voti effettivamente ottenuti facilita la creazione di un governo omogeneo, stabile, efficiente» (M.L. Cicalese, op. cit.).
De Ruggiero, tuttavia, considerava ancora prematura la scelta di adottare in Italia un sistema pienamente maggioritario, tanto per ragioni culturali quanto per cautele storiche. L’autore offre un commento negativo: «L’esempio dell’Inghilterra è tutt’altro che incoraggiante per noi. Ivi, l’educazione politica è così diffusa, e v’è tanto equilibrio e senso di misura, a causa di una ininterrotta tradizione parlamentare, che non v’è ragione di temere qualche improvviso colpo di testa del partito vincitore. Ma in un’Italia ancora spiritualmente divisa e politicamente inesperta, ci sarebbe tutto da temere dal dominio di una maggioranza artificialmente improvvisata. Essa perpetuerebbe una situazione transitoria di favore senza dar modo e tempo a un riassestamento graduale delle forze del paese». (G. De Ruggiero, op. cit.).
L’originalità della riflessione dello studioso napoletano risiederebbe, pertanto, secondo la disamina della Prof.ssa Cicalese, nella capacità di guardare alla realtà storica concreta ed effettiva, rifuggendo sia il progetto di definire «un utopico ideale astratto di solidità governativa» sia quello di creare false illusioni, «aspetta[ndosi] dai governi una stabilità e una fermezza superiori a quelle che le condizioni complessive consentono» (M.L. Cicalese, op. cit.).
La soluzione avanzata, l’unica possibile e auspicabile, sarebbe quindi, in conclusione, quella di preservare un benefico equilibrio, mantenendosi aperti a modifiche e cambiamenti futuri: «Occorre rispettare l’equilibrio spontaneo fra eletti ed elettori, da una parte cercando di favorire concentrazioni e semplificazioni delle forze politiche con una riorganizzazione dei partiti, dall’altra escogitando mezzi istituzionali per impedire le troppo frequenti crisi governative». Quel che è certo è che «la forza di un governo non è qualcosa che possa imporsi con mezzi estrinseci; o almeno, quando si tenta di imporla con tali mezzi, non è più una forza democratica e consensuale» e può inclinare verso la dittatura. In ogni caso, la soluzione avanzata è aperta, ma non deformabile con il premio di maggioranza proposto dai socialisti, che viene paragonato all’espediente usato dai fascisti alle prime elezioni da essi indette per ottenere una schiacciante maggioranza. Allo stesso modo non aderente all’ipotesi di un rapporto stretto fra eletti ed elettori sarebbe l’adozione nel sistema proporzionale di un listone nazionale che dovrebbe essere sostituito da liste regionali (M.L. Cicalese, op. cit.).
Lascia un commento