Oltre la crisi. QUALE DESTINO PER IL CETO MEDIO?

Oltre la crisi. QUALE DESTINO PER IL CETO MEDIO?

di Mario Bozzi Sentieri

Per una felice coincidenza registriamo – segno di una condivisa sensibilità culturale e sociale – la contemporanea uscita di un numero speciale di “Pagine Libere” (marzo-aprile 2026), dedicato al ceto medio,  ed il puntuale libro-intervista a Giuseppe De Rita (L’Italia che conosco. Raccontare il Paese, il ceto medio e la sua crisi, a cura di Mirko Grasso, Carocci Editore, 2026), finalizzato ad analizzare le dinamiche che hanno portato, nell’ultimo cinquantennio, all’ascesa del ceto medio, poi alla sua affermazione e alla crisi di questi anni, analizzandone le cause e cercando di individuare i possibili rimedi.

La rivista dell’Ugl si può dire che sia metodologicamente sulla stessa lunghezza d’onda del libro di De Rita e Grasso, nella misura in cui – come nota in premessa Francesco Paolo Capone – il ceto medio non viene considerato soltanto una categoria sociologica ma il fulcro della tenuta economica e democratica del Paese, al punto che “senza di esso diventa più fragile l’intero edificio della coesione nazionale”. I diversi interventi pubblicati da “Pagine Libere” (per info: www.edizionisindacali.it) si muovono intorno a questa idea di fondo, evidenziando l’azione di governo (sintetizzata da un’intervista al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti), i contesti europei, le dinamiche storiche, i nuovi scenari della globalizzazione, le disuguaglianze crescenti, il rischio della proletarizzazione, le tematiche relative alla rappresentanza politica, le strategie d’intervento, fino ad ipotizzare un nuovo patto tra capitale e lavoro. Al fondo – come  sottolinea Ada Fichera, direttore editoriale della rivista –  l’impegno, veramente strategico, di “guardare il ceto medio come uno specchio delle trasformazioni più profonde che attraversano le nostre società e non come una categoria immobile; perché, in fondo, parlare di ceto medio significa parlare dell’idea stessa di società che vogliamo costruire”.

L’analisi di De Rita si può dire che confermi questa visione di fondo, su un piano di autorevolezza del tutto particolare, laddove egli è stato ed è uno dei più acuti osservatori delle trasformazioni dell’Italia contemporanea. Al  punto che oggi si può affermare che il “canone deritiano” ed  i paradigmi interpretativi del Censis, l’istituto che, sotto la sua regia, ha scritto, nei decenni, l’autobiografia collettiva degli italiani, scandiscono cronologicamente l’evoluzione sociale del nostro Paese.

In L’Italia che conosco De Rita ripercorre i cambiamenti dal dopoguerra a oggi, evidenziando il passaggio da una società in crescita a una segnata dal ripiegamento e dalla frammentazione, con al centro il ruolo del ceto medio. Il “grande lago” sociale italiano è il luogo simbolico dove, a partire dagli Anni Settanta, con la fine della mezzadria, l’industrializzazione, lo sviluppo della piccola impresa e soprattutto della classe impiegatizia, il ceto medio ha conquistato una posizione sociale forte, valutabile tra l’ottanta e il novanta per cento della popolazione. A rimarcarne le ragioni esistenziali l’aspirazione di crescita sociale, la propensione al risparmio, il desiderio di far studiare i figli affinché potessero ottenere un lavoro migliore rispetto a quello dei genitori, vivere in una casa di proprietà, poi magari poterne acquistarne una seconda per le vacanze.
Oggi – è di tutta evidenza – il ceto medio appare  arroccato sul presente e cerca di mettere al sicuro quanto già ha. Non vede più la possibilità di crescita e ciò, alimentando anche un sottile scontento, ha fatto sì che – come puntualizza De Rita –  perdesse il fervore che lo contraddistingueva, fino a “covare un malcontento rancoroso”, determinato sia da motivi identitari che  dalla perdita della sua precedente collocazione sociale. Il risultato è un  ceto medio diventato indistinto e sfuggente: “indistinto, perché non è più descrivibile con forme e figure delineate e significative; sfuggente, perché vaga senza radicamenti”.

Alla base di questo “disagio” il venire meno dei riferimenti istituzionali (in cui il ceto medio si identificava) che, per decenni, hanno dato forma alla nostra società, con l’amministrazione statale, con gli organi di giurisdizione, con le strutture formative. A questo si aggiunga la perdita di reputazione e di ruolo del grande mondo della rappresentanza economica e sociale (la cosiddetta “disintermediazione”) che hanno fatto saltare “le giunture del sistema, i cardini del suo frazionamento”.  

Nonostante il quadro complesso, De Rita non si rassegna al declino e propone un’interpretazione dinamica e aperta del futuro, immaginando una  politica in grado di riprendere in mano una progettualità capace di disegnare il  domani, con i partiti, oggi appiattiti  nel “fare opinione”, in grado di riflettere su quali strategie attivare per tornare ad essere motori di propulsione sociale. Al fondo un richiamo ai “valori cetomedisti”, difesi non puramente per congiuntura: “i valori dell’articolazione sociale e contro l’accentramento, i valori della partecipazione e non solo della decisionalità, i valori dell’aderenza alla realtà e non di fuga in avanti verso più o meno splenditi disegni del futuro”.

Sono riferimenti di fondo che – senza forzature – vanno letti in un’ottica partecipativa. Un po’ come ha fatto “Pagine Libere”. Criticando certamente gli attuali processi degenerativi, ma lavorando per ricostruire gli auspicati processi di “intermediazione” sociale, in grado di creare, quei doverosi collegamenti territoriali, interaziendali, di categoria, capaci di favorire le sinergie sistemiche nell’ambito della Scuola, della ricerca, della formazione, dell’accesso al credito, della selezione della classe dirigente. Con al centro la consapevolezza di quanto sia necessario investire per favorite quella mobilità interna, capace di creare nuova ricchezza reale e aspettative vere in  un Paese altrimenti destinato ad un cronico immobilismo. Senza una nuova dinamicità, è la stagnazione sociale a vincere, una stagnazione ben più grave di quella produttiva.

Su questi crinali la sfida può essere vinta, ritrovando il valore di un confronto adeguato alle trasformazioni in atto e a quelle che verranno.  E dunque: programmazione, management di livello (ma ben consapevole del proprio ruolo sociale), partecipazione (ai vari gradi di competenza) dei lavoratori, formazione diffusa. E’ questa la grande sfida che sta di fronte all’Italia, al suo ceto medio e non solo. Una sfida da cui passa il vero rinnovamento nazionale ed una risposta organica e duratura, adeguata a questi anni “di passaggio”. Per ritrovare le ragioni comuni di uno sviluppo di medio-lungo periodo, reale e dignitoso. Per incarnare finalmente una concreta consapevolezza identitaria ed interventista, senza la quale la nostra società rischia di illanguidire e morire, schiacciata dalle nuove dinamiche internazionali.

Alla parte più attiva e consapevole del ceto medio va chiesto di ritrovare la fantasia avventurosa, l’attivismo, la capacità  di immaginare il futuro, la consapevolezza della realtà, la passione, lo spirito di sacrificio, attributi che furono delle vecchie generazioni. Il confronto sociale, che non deve necessariamente sfociare nel conflitto, va visto in questa ottica: strumento di maturazione, di presa di coscienza, di partecipazione reale, in grado di fare  ritrovare il valore della “conquista”. Perciò c’è bisogno di un nuovo dinamismo sociale. Di un dinamismo che rimetta in moto il confronto sulle modalità di produzione, sulla qualità dei prodotti, sui salari, sulla creazione e circolazione delle classi dirigenti, sull’essenza stessa di un ceto medio capace di affrontare le sfide  della post globalizzazione. E di vincerle.

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