Per votare SI’ al referendum. IN UN SAGGIO A PIU’ MANI LE RAGIONI (GIURIDICHE) DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Per votare SI’ al referendum. IN UN SAGGIO A PIU’ MANI LE RAGIONI (GIURIDICHE) DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

di Mario Bozzi Sentieri

Il prossimo appuntamento referendario sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, in calendario il 22 e 23 marzo, rischia di essere schiacciato – come in una sorta di tenaglia – da una duplice pressione: di essere politicamente strumentalizzato dagli oppositori del Governo e di intimorire il comune cittadino per l’eccessivo tecnicismo della materia in questione.

Al fine  di non cadere nella trappola della propaganda di parte e nel rischio dell’assenteismo, essenziale appare allora andare alla materia del contendere: la realtà dei quesiti referendari sottoposti al giudizio popolare e la realtà vera (cioè non politicamente manipolata) dei passaggi della riforma costituzionale della magistratura, finalizzata ad affermare la figura di un giudice davvero terzo rispetto all’accusa e libero da condizionamenti, interni ed esterni; un Csm finalmente sottratto al soffocante abbraccio dell’Anm; la valorizzazione del merito a discapito dell’appartenenza correntizia; l’assunzione di responsabilità rispetto alla disciplina violata per interessi di parte.

Per rispondere, dati alla mano, agli attacchi propagandistici degli oppositori della riforma e ad un essenziale (e non propagandistico) dovere di informare, è stato dato alle stampe il volume collettaneo La verità sulla riforma della magistratura. Perché è giusto votare sì (Liberilibri, Macerata 2026), a cura degli avvocati Gian Domenico Caiazza e Lorenzo Zilletti.  

In premessa i due curatori evidenziano che “il punto dolente dello scontro (…) è la difesa strenua di un assetto di potere del tutto anomalo, quello dell’associazione privata Anm sull’organo costituzionale Csm, e dunque sull’intera giurisdizione, che il sorteggio dei suoi componenti obiettivamente colpisce in modo diretto e micidiale”: “Se si è pervenuti alla scelta estrema del sorteggio – scrivono Caiazza e Zilletti – è soltanto perché sono falliti tutti i precedenti tentativi di arginare il correntismo, tramite interventi sulla legge elettorale del Csm”. Dunque il sorteggio previsto dalla riforma “è la presa d’atto dell’incapacità di un’autoriforma”.

A seguire, dopo la premessa dei curatori, sette saggi, firmati rispettivamente da Oliviero Mazza (Che cos’è il processo “accusatorio” e perché rende necessaria la separazione delle carriere), Filippo Bellagamba (Perché il processo accusatorio ha reso necessaria la riforma della Costituzione), Giuseppe Belcastro (L’indipendenza della magistratura (dalla politica e da se stessa)), Francesco Iacopino (Siamo l’eccezione, non la regola. La separazione delle carriere nelle democrazie contemporanee), Alberto de Sanctis (Che cosa era il CSM nella Costituzione, che cosa è diventato, che cosa deve tornare ad essere), Marianna Caiazza (Contro-corrente: i magistrati per il «Sì») e Eriberto Rosso (La sinistra e la separazione delle carriere).

Gli interventi, firmati da avvocati e da docenti di materie giuridiche, fanno emergere la realtà di un Paese “a sovranità limitata dalla magistratura, nelle questioni di giustizia” – come specificava, nel 1989, Giuliano Vassalli, Ministro di Grazia e Giustizia e padre della riforma del codice di procedura penale, in una famosa intervista concessa al “Financial Times”. “La testimonianza di Vassalli – specifica nel suo intervento  Mazza – ci ricorda che fu, dunque, la magistratura, nel 1989, ad opporsi alla separazione delle carriere che sarebbe stata il necessario completamento e, al tempo stesso, il fondamento del disegno accusatorio di un processo in cui il giudice e pubblico ministero svolgono funzioni nettamente distinte e, di conseguenza, non possono appartenere al medesimo ordinamento”.

Da qui la necessità – come specifica Bellagamba – che il pubblico ministero sia e non soltanto appaia come una parte del processo. Emerge in questo ambito l’esigenza – puntualizza Belcastro – che l’equilibrio democratico dello Stato moderno si regga sulla tutela degli ambiti di operatività di ciascuno dei poteri, il quale trova il suo limite fisiologico nell’operatività degli altri. Ben consapevoli della nostra singolare anomalia – scrive Iacopino – che vede, rispetto agli altri Paesi (dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia all’Inghilterra, dalla Francia alla Spagna, dal Portogallo alla Germania,  ai Paesi nordici, al Giappone e all’India) l’Italia “un’eccezione che interroga”, laddove “la separazione non è un capriccio politico né un attacco all’autonomia della magistratura: l’opportunità per allineare l’Italia alla normalità democratica e rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia”. In questo quadro, centrale il ruolo del Csm, finalmente liberato dallo strapotere delle correnti e “riordinato” sulla base del sorteggio dei suoi membri, laddove – scrive de Sanctis – “il sorteggiato sarà nelle condizioni di decidere liberamente sull’assegnazione di un incarico direttivo, senza dover rendere conto a un suo elettorato o – peggio alla corrente che lo ha candidato e sostenuto”.

Sono molti – in estrema sintesi – i fattori  che sostengono le ragioni del Sì al referendum, anche presso i magistrati –  nota Caiazza – e “a sinistra” – come evidenziato da Rosso – al punto che fuori e dentro il Partito democratico non mancano gli esponenti politici e gli intellettuali di sinistra schierati a favore della legge di riforma.

Emergono dalle pagine del libro La verità sulla riforma della magistratura. Perché è giusto votare sì solide ragioni per recarsi alle urne e votare a favore della riforma della giustizia, sconfiggendo non solo il conservatorismo di una casta che si culla nello status quo, in difesa soltanto del proprio potere,  ma anche una propaganda fatta di slogan e falsità, spesso a buon mercato. Le ragioni e le volontà riformatrici di cui ha bisogno l’Italia non appartengono evidentemente al fronte del No.

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