di Mario Bozzi Sentieri
L’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla dottrina sociale della Chiesa ha organizzato per sabato 11 aprile, presso il Centro Culturale delle Grazie in Udine, il suo IX Convegno nazionale, questa volta dedicato a “I corpi intermedi nella Dottrina sociale di San Tommaso”.
L’iniziativa si richiama alla filosofia-teologia di san Tommaso d’Aquino. Secondo gli animatori dell’ Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan non è infatti possibile pensare la Dottrina Sociale della Chiesa fuori dal realismo gnoseologico-metafisico di cui l’Aquinate è sommo maestro, nella misura in cui essa vive delle categorie morali-politiche-giuridiche di San Tommaso e della Scolastica tomista, categorie e concetti che il Magistero ha riconosciuto come espressive di una verità perenne naturale-soprannaturale e ha fatto proprie elevandole a patrimonio della Dottrina cattolica.
Con questa consapevolezza papa Leone XIII, il Papa della Rerum novarum considerato l’iniziatore della Dottrina Sociale della Chiesa, indicò in san Tommaso d’Aquino il maestro del fare filosofia e teologia nella Chiesa dando così rinnovato impulso allo studio delle sue opere.
La struttura dell’enciclica, mai troppo citata per cogliere i tratti di un processo socialmente ricostruttivo ancora aperto, si può definire “didascalica”: dopo una sintetica introduzione dedicata alla “questione operaia” e alle misere condizioni in cui versano i “proletari”, ormai soli ed indifesi, dopo la soppressione delle corporazioni, “… in balìa della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza”, il Pontefice denuncia il “falso rimedio” che è il socialismo, nocivo nelle sue conseguenze, ingiusto nella sostanza perché disconosce la proprietà privata, essenziale alla natura umana, e perché imposta in maniera errata i rapporti fra lo Stato, la famiglia e i beni. Il “vero rimedio”, titolo della seconda parte, viene individuato nelle “relazioni tra le classi sociali” e quindi negli scambievoli obblighi di giustizia tra i ricchi ed i poveri, i capitalisti ed i lavoratori.
Strumento essenziale per ricostruire la coesione sociale e la collaborazione tra le classi sono le associazioni o corporazioni operaie, nuovamente tutelate dallo Stato, ordinate e governate “… in modo da somministrare i mezzi più adatti ed efficaci al conseguimento del fine, il quale consiste in questo, che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile di benessere fisico, economico, morale”.
Con la Rerum novarum, superata, ma non esclusa, la dimensione caritatevole, il mondo cattolico accetta la sfida della modernità, individuandone i limiti, le storture, le debolezze strutturali, secondo una logica ricostruttiva. Centrale è l’idea corporativa, ritrovata a partire dall’esperienza medioevale, con una funzione politica attribuita al pontificato e l’articolazione gerarchica dei poteri su base federalistica, ivi compresa la rappresentanza organica dei ceti produttivi.
E’ anche sulla base di queste considerazioni che – ben oltre la dimensione meramente fideistica – il contributo tomista e la conseguente Dottrina Sociale della Chiesa ci riconsegna, consegna alla nostra contemporaneità, una visione lunga e concrete linee d’azione.
A partire dalla crisi della rappresentanza, dai suoi tratti profondi, che vanno ben oltre il mero dato politico, nel nostro Paese e – a ben guardare – un po’ in tutta l’Europa. Essa è certamente crisi istituzionale ed insieme culturale, sociale ed economica. Ma è soprattutto la crisi di un modello d’identità collettiva, a cui, volenti o nolenti, si è conformata la società occidentale, oggi costretta a fare i conti con la sua “solitudine”, con la perdita di luoghi in cui ritrovarsi, di vincoli ideali, di aspettative condivise, di quei “corpi intermedi” che per secoli sono stati luoghi essenziali di intermediazione e partecipazione politica e sociale.
A forza di dire che la Religione era una sovrastruttura soffocante, i partiti erano inutili, i sindacati burocratici e retrivi, i luoghi fisici della partecipazione (dalle parrocchie alle sezioni di partito, dalle cellule di fabbrica ai consorzi territoriali) orpelli di un mondo da archiviare, si è venuta a creare –una sorta di periferia generalizzata, una “folla solitaria” – per usare l’immagine del sociologo David Riesman, in grado di fare smottare un “sistema” che pareva solido ed inattaccabile.
Dietro l’idea di annullare/depotenziare i corpi intermedi, c’è la visione borghese tesa a “liberare” l’uomo dai “vincoli” tradizionali (religiosi, sociali, territoriali, familiari), rendendolo formalisticamente uguale al suo simile (gli stessi diritti/gli stessi doveri), ma sostanzialmente più debole. C’è l’idea del laisser faire, laisser passer, con la precarietà di massa, su cui si sono innescati gli antagonismi di classe. All’impoverimento materiale dei primi anni (con l’abolizione giacobina delle corporazioni, delle società benefiche ed educative, delle organizzazioni di lavoratori, delle società artigiane) poi riequilibrato dalle lotte sociali dell’Ottocento e del Novecento e dalle radicalizzazioni ideologiche da esse provocate , corrisponde oggi uno “smarrimento” spirituale e sociale dai costi esistenziali e materiali altissimi. Ecco una buona battaglia da combattere a livello culturale e ben oltre le vecchie appartenenze (di destra e di sinistra), per provare a ricucire gli strappi di una società lacerata che chiede di “ricomporsi” e che ha perciò bisogno di ritrovare i luoghi spirituali e fisici della sua identità.
Sia chiaro: non scopriamo niente di nuovo. Ma – come si dice – “repetita iuvant”.
Del resto la tanto celebrata, ma inapplicata, Costituzione italiana ne parla all’articolo 2, individuando nelle “formazioni sociali” il luogo dove si svolge la personalità dell’uomo. In molti sembrano essersene dimenticati, nel nome di un’umanità “senza vincoli”, sradicata, permeata di individualismo e di fiducia incondizionata nella disintermediazione sociale e politica (in sostanza fare a meno il più possibile di intermediari), e proprio per questo più debole. La Chiesa Cattolica – come già ricordato – pone i corpi intermedi al centro della propria Dottrina sociale, in relazione al bene comune, allo Stato, alla sussidiarietà, alla partecipazione, all’economia, al mercato e perfino alla comunità internazionale. Il Sindacalismo Nazionale declina intermediazione e processi partecipativi. In ambito “riformista” Maurizio Sacconi (nel suo efficace libro-intervista Passato, presente e futuro della rappresentanza di interessi , Adapt University Press, 2022) guarda ai “corpi intermedi” quali espressione di una “rappresentanza forte, plurale, partecipata, libera, diffusa”, in grado di evitare un ritorno allo Stato espressione di una Società atomistica, composta da individui singoli e irrelati.
Qualche hanno fa Franco Bassanini, Tiziano Treu e Giorgio Vittadini nell’introduzione di Una società di persone? I corpi intermedi nella democrazia di oggi e di domani (Il Mulino, 2021) si chiedevano: “Può il nostro Paese (e più in generale possono le democrazie mature dell’Occidente) fronteggiare le grandi sfide del nostro tempo – la competizione globale, il cambiamento climatico, la rivoluzione digitale e tecnologica, le migrazioni di massa – senza il contributo delle formazioni sociali intermedie, capaci di organizzare la partecipazione alla vita politica e sociale, di mobilitare energie dal basso intorno a obiettivi o interessi comuni, di supplire o mitigare gli effetti dei fallimenti dello Stato e del mercato? E si può superare la crisi di legittimazione e rappresentatività delle istituzioni politiche e dei partiti democratici senza un rinnovato protagonismo dei corpi intermedi nella organizzazione della partecipazione dei cittadini alla formazione degli orientamenti e delle scelte politiche?”.
Ben vengano dunque, in questo aggrovigliarsi di questioni, iniziative come quella lanciata dall’ Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan, che riporta al centro della riflessione, attraverso il “recupero” del pensiero tomista, una visione radicalmente altra da quelle ideologiche della modernità, siano liberali, socialiste, anarchiche o nichiliste. La grande sfida della rappresentanza sociale è aperta. Importante è non abbassare la guardia.

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