Un’incognita chiamata Russia. Oggi più che mai è necessario un dibattito, non soltanto politico, sul significato di Russia. Che cos’è la Russia per i russi? E, soprattutto, chi è un russo?

Un’incognita chiamata Russia. Oggi più che mai è necessario un dibattito, non soltanto politico, sul significato di Russia. Che cos’è la Russia per i russi? E, soprattutto, chi è un russo?

di Manfredi Orlando

La questione di cosa sia o non sia la Russia è complessa. Ed è una questione che ha a che fare con la seguente domanda: dove inizia e dove finisce la Russia?

Russia è un termine che significa tutto e niente a seconda dell’interlocutore. Fino a poco tempo fa, prima che tal Sergej Karaganov elaborasse la dottrina sulla difesa a mano armata delle diaspore, non era facile dare un significato univoco a quest’aggettivo.

Ancora oggi, perlomeno in Occidente, il concetto di “russo” crea confusione. Una scuola di pensiero identifica i russi come un gruppo etnico, mentre un’altra propende per l’associazione linguistica. Spiegato altrimenti: russo è chi ha sangue russo, oppure chi parla il russo. Due scuole di pensiero, due errori di fondo che non colgono la profondità dell’anima russa (русская душа).

Più ci si inoltra nel dibattito sulla russità, cioè sull’identità russa, più cresce il rischio di perdersi. Perché è la conformazione della Russia a suggerire, o meglio a dimostrare, che non è russo soltanto chi ha tratti somatici slavo-nordici e professa come fede il cristianesimo ortodosso, perché esistono russi dai tratti turchici e mongolici, come esistono russi di credo islamico, ebraico, animista, buddhista e così via. Scrivere e parlare di Russia, del resto, equivale a raccontare lo stato notoriamente più grande del mondo: uno stato-civiltà attraversato da 11 fusi orari, esteso dal Baltico al Pacifico, che respira l’aria gelida dell’Artico e conosce i venti caldi del Mar Nero.

Ma chi è un russo? Un dilemma amletico, più che una domanda, che ha afflitto alla stessa maniera i panslavisti ottocenteschi e gli omologatori sovietici. All’epoca del comunismo, quando i cittadini erano tutti uguali, russo e sovietico erano aggettivi perfettamente intercambiabili.

Vladimir Putin, il longevo presidente della Federazione russa, ha provato ad ovviare al plurisecolare dilemma amletico attraverso la vivisezione di un aggettivo, russo, altrimenti significante tutto e niente. Ed è così che oggi, nella Russia dell’era Putin, esistono il rossyanje (cittadino-elettore) e l’etnonimo russkij (equivalente all’onnicomprensivo italiano “russo”).

Oltre al dilemma identitario, però, c’è di più. La Russia è una potenza con un’identità in continua ridefinizione ed è anche prigioniera della geografia. Geografia che la rende tanto potente quanto tremendamente insicura. Se l’Italia ha, ad esempio, come unici confini naturali ben delimitati la corona alpina e i mari, la Russia ha il problema opposto: non ha dei confini rigidi, determinati dalla natura, ma è divisa dal resto del mondo da praterie, steppe e pianure. Un non-confine di 57.792 chilometri che si stende dal Baltico al Pacifico, autostrada che collega Mitteleuropa, mackinderiano cuore della Terra e sinosfera, e che ha storicamente plasmato la mentalità transfrontaliera della Russia. Un non confine che spiega la sindrome di accerchiamento della Russia, che nei secoli è stata testimone dello sfondamento a sudest da parte dei mongoli, delle ripetute incursioni da ponente tentate dagli europei – svedesi, polacchi, francesi e tedeschi – e delle infiltrazioni turche attraverso Mar Nero e Transcaucasia.

Un passato di guerre e invasioni che spiega l’apparentemente irrazionale paura dell’alta dirigenza di una guerra con l’Alleanza Atlantica. E che spiega perché i russi, da sempre, abbiano intravisto nell’espansione, nella ricerca di confini rigidi e fissi, la risposta al loro dilemma securitario. Scrivere di tutti questi argomenti è più che necessario, è fondamentale, perché utile a disaminare le origini e le ragioni della guerra in Ucraina.

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