di Sandro Righini
Suicidio è una parola molto ricorrente nella produzione saggistica degli ultimi decenni. C’è un sentimento diffuso nel mondo intellettuale, declinato con vari gradi d’intensità, secondo cui l’intero mondo occidentale è attraversato da preoccupanti pulsioni autolesioniste. Per tutto l’arco del ‘900 non sono mancati esempi simili, basti pensare ad un classico come “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler e a tutti i pensatori della crisi. Ma dal tramonto, dalla crisi, siamo passati ad un termine forte e definitivo come suicidio. Se le parole sono manifestazioni simboliche, vagliate dal raziocinio, di qualcosa di più profondo e se gli intellettuali, quando autentici e non prezzolati, sono delle antenne ricettive che catturano, elaborano e trasmettono messaggi inerenti a un più vasto inconscio collettivo, significa che dobbiamo prendere sul serio certe parole. È dunque necessario uno sguardo lucido, anche spietato, per provare ad individuare tra queste piaghe oscure degli spiragli di luce.
Questo appare, in estrema sintesi, il tentativo che Gabriele Guzzi prova a compiere con il suo ultimo lavoro saggistico, edito nel 2025 da Fazi Editore ed intitolato “Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci”.
Classe 1993, economista, filosofo e poeta, il giovane pensatore romano è dottore di ricerca all’Università Roma Tre ed è professore a contratto in Economia dell’integrazione europea e Storia economica all’Università di Cassino. Ha già svolto incarichi istituzionali come consulente economico a Palazzo Chigi e presso il Dipartimento per la programmazione economica della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ma soprattutto è fondatore e presidente del movimento culturale L’Indispensabile, filiazione – è proprio il caso di dire – giovanile dei gruppi Darsi Pace fondati dal padre, Marco Guzzi, poeta. Un movimento rivolto ai giovani sotto i 35 anni, che affonda le sue radici politiche e culturali nel cattolicesimo sociale e si definisce apertamente rivoluzionario, così descrivendosi:
“L’Indispensabile è un movimento culturale del XXI secolo. Lavora per una rigenerazione radicale della politica, dell’economia e della cultura all’interno della nostra società. […] Il contributo essenziale del movimento l’Indispensabile è quello di coniugare in forma inedita il lavoro interiore e la trasformazione del mondo. Riteniamo che non sia più possibile pensare di cambiare le istituzioni politiche senza contemporaneamente lavorare al cambiamento di noi stessi.”
È proprio qui, da questa voglia di rimettere tutto in discussione nel duplice senso interiore-esteriore, che possiamo individuare la vena aurea del testo di Gabriele Guzzi. Un libro che avanza delle tesi forti, di rottura, sostenute da un ricco corredo di dati, tabelle, grafici, ma al contempo dotato di una scioltezza narrativa che lo rende comprensibile anche a chi non mastica quotidianamente l’economia. Forse, l’unico difetto si può trovare in un eccesso di ridondanza nel ripetere determinati concetti, ma potrebbe esser una tattica per tenerli sempre presenti al lettore.
Partendo dalle arcinote critiche all’euro come moneta senza Stato e come strumento dell’ordoliberismo tedesco – “marco camuffato” – già propugnate da altri autorevoli economisti di caratura internazionale – vedi i premi Nobel Stilglitz e Krugman, ma anche uno dei padri della scuola di Chicago come Friedman – Guzzi amplia lo sguardo e dalla critica economica passa alla storia economia e politica italiana, individuando in due ben determinate fasi storiche gli snodi centrali dell’adesione alla moneta unica europea.
La prima si colloca tra il 1978 e il 1981. Fase che vede nell’omicidio di Aldo Moro, considerato da Guzzi come vero e proprio “sacrificio politico” che crea una fase di forte disordine e disorientamento politico interno, la prima tappa di un percorso che si dipana poi attraverso il piano Pandolfi, che introduce il lessico neoliberista all’interno del dicorso politico italiano, l’adesione allo SME nel 1979, la famigerata marcia dei quarantamila a Torino del 1980 (con l’arretramento dei sindacati), per giungere al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro nel 1981. Un divorzio che sposta in modo determinante il peso del potere decisionale dal Ministero alla Banca, la quale, rispondendo primariamente alle esigenze legate all’accordo monetario europeo, determina il progressivo avanzamento del “tempo in cui il vincolo interno perde ogni legittimità rispetto al vincolo esterno”.
Seguono gli anni ’80, segnati da una classe politica in larga parte ancora legata alle direttive di politica economica maturatesi nel trentennio precedente, secondo i dettami della Costituzione volti alla piena occupazione e al ruolo pubblico nell’indirizzare l’economia verso obiettivi di natura sociale, sostanzialmente disallineata rispetto alle nuove politiche monetarie europee, segnate da austerità, moderazione salariale e riduzione dell’intervento statale. Una discrepanza che velocemente genera l’accrescersi di un debito pubblico che nemmeno l’aumento delle tasse e delle entrate, al netto degli interessi, riescono a sanare, perché i nuovi meccanismi monetari non riversano queste voci in entrata nella società, bensì vanno a ripagare proprio gli interessi sul debito pubblico. Scrive Guzzi a pagina 122:
“La politica spendacciona degli anni Ottanta, più che a sostenere il costo economico della spesa sociale, è stata finalizzata a sostenere il costo politico dell’integrazione europea”.
Si arriva così alla seconda, determinante, fase storica: quella che dal 1991 va fino al 1993, da tutti conosciuta come la stagione di Mani Pulite. In questo frangente storico si matura una duplice catastrofe: il crollo della Prima Repubblica e l’avvio di una selvaggia stagione di liberalizzazioni (leggi: svendite). Vengono quasi del tutto spazzate via un’intera classe politica e l’economia mista che aveva rappresentato una caratteristica peculiare del modello italiano. E questo genera uno smarrimento profondo nell’Italia intera. Uno smarrimento che è la vera origine, a detta di Guzzi, degli errori italiani degli ultimi trent’anni.
Se l’adesione dell’Italia alla moneta unica e all’Unione Europea fu il risultato di un complesso intreccio dove alle ragioni economico-finanziarie, debbono necessariamente aggiungersi quelle geopolitiche e costituzionali, non si possono dimenticare quelle cultural-religiose per comprendere appieno il quadro. Ed è nell’analisi del nocciolo culturale alla base della fideistica adesione ai paradigmi europei che le pagine del libro di Guzzi mostrano gli elementi più originali e penetranti.
L’autore interpreta il crollo della classe politica italiana e delle sue più importanti correnti ideologiche, democratico-cristiane e social-comuniste, come un vuoto “improvviso” che si apre nel cuore della società nazionale. Vengono meno quelle dimensioni escatologiche attorno a cui la vita pubblica italiana si era andata sviluppando nel corso della sua storia repubblicana. Quella verticalità, quel richiamo ad un altrove, ad una continua tensione tra trascendenza ed immanenza, tra fede e rivoluzione, che Guzzi individua come il cuore di tutta la politica moderna, caratterizzanti anche ideologie solite descriversi come “scientifiche e materialiste”, erano in sostanza gli architravi senza i quali un edificio non può che crollare. E dal subitaneo smarrimento sorto sopra le macerie della prima Repubblica non si apre un confronto politico serrato, non fiorisce qualcosa di nuovo, ma s’innesta la narrativa dell’integrazione europea che, secondo l’autore, “fu un modo per risolvere la crisi spirituale della politica italiana senza doverla realmente affrontare”.
Tesi forti, radicali, d’impatto. Per Guzzi “l’implicazione è che un futuro prospero per l’Europa potrà avvenire solo al di là di questa integrazione europea” e che sarà necessaria una fase di ricollocamento delle sovranità negli stati nazionali, al fine di ridare un respiro realmente democratico e non tecnico-oligarchico alle nostre società. Solo allora potrà avviarsi un nuovo percorso di collaborazione e cooperazione nello spazio europeo, ma in forme nettamente diverse da qualsivoglia ipotesi di mega-stato federale. Un percorso ancora tutto da costruire.
Sicuramente si può discutere e dibattere sulle soluzioni prospettate, come sembra che stia avvenendo, dato che il libro ha riscosso un notevole successo di pubblico e si moltiplicano le presentazioni in tutta Italia. Di certo va dato il merito a Gabriele Guzzi di aver scritto un libro che stimola il pensiero e richiama ad una dimensione politica e spirituale di cui c’è estrema necessità in questa nostra nazione che ha smarrito il suo senso.

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