Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale.

Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale.

di Sandro Righini

“Propri contra de nu ghe l’avevino?”. È da questa domanda straziante, proferita in un letto d’ospedale da uno dei feriti della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, che in sostanza prende le mosse l’ultima fatica di Emanuele Bernardi. Non un libro che cerca di scardinare i risultati processuali – l’autore riconosce negli ambienti veneti di Ordine Nuovo gli esecutori materiali della strage – ma un tentativo di ampliare lo sguardo, laddove la stragrande maggioranza di chi si è occupato di quella tragica vicenda in ambito storico, giornalistico o giudiziario, non ha guardato con sufficiente attenzione. Per provare a cercare risposte a quella iniziale domanda di senso.

Il libro, intitolato Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale, edito da Donzelli per la collana Saggine, rientra appieno nel solco di una rigorosa, complessa, ma direi anche coraggiosa ricerca storiografica, dati i numerosi buchi che presenta la documentazione sull’argomento. Archivi parziali, incompleti o non inventariati e mancanza dei verbali della BNA per gli anni analizzati, misteriosamente persi durante un trasferimento da Roma a Padova. Al contempo, questo lavoro di ricerca storiografica mostra una spiccata originalità, unita al pregio di uno sguardo penetrante – una sensibilità quasi empatica – verso i soggetti e i contesti analizzati.

L’autore, che insegna Storia Contemporanea presso il dipartimento SARAS (storia, antropologia, religioni, arte, spettacolo) dell’Università La Sapienza di Roma, è uno dei più qualificati storici delle dinamiche politico-economiche e organizzativo-sindacali dell’agricoltura italiana nel secondo dopoguerra. Dai profili biografici di Manlio Rossi Doria e Giovanni Marcora, alle articolate vicende delle associazioni di categoria agricole, come la storia della Confederazione Italiana Agricoltori (scritta a sei mani con Nunnari e Scoppola Iacopini) e quella della Coldiretti, i libri di Bernardi ci avevano già abituato ad una trattazione approfondita e mai scontata degli argomenti affrontati. E in tal senso, anche questo suo ultimo lavoro non si smentisce. Seppur concentrato in appena 140 pagine, che divengono 185 con l’interessantissima appendice documentaria, il libro riesce ad aprire nuove prospettive di ricerca storica. Lontano da ogni forma di determinismo o sciatto complottismo.

Il tema della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, avvenuta il 12 dicembre del 1969, in cui 17 persone persero la vita e ben 88 furono i feriti, era già stato toccato da Emanuele Bernardi nella monografia sulla Coldiretti, uscita nel 2021 sempre per Donzelli, nei capitoli dedicati al ’68 e alla crisi delle campagne italiane. In quelle pagine si ponevano già alcune domande a cui l’autore ha tentato di rispondere in Orrenda strage a Milano: perché fu scelta proprio la Banca Nazionale dell’Agricoltura? Quali erano i destinatari e il significato del messaggio di quella strage? Il retroterra geografico/culturale degli esecutori aveva un peso o meno nella vicenda?

Le risposte, nel volume sulla Coldiretti, suggerivano delle ipotesi principalmente interne. In primis, quella di spingere il mondo delle campagne italiane e, in particolare, l’organizzazione guidata da Paolo Bonomi verso destra, in modo da portare la stessa DC a concludere gli esperimenti del centro-sinistra, imprimendo una svolta governativa autoritaria in risposta alla crescente aggressività politico-sindacale delle sinistre.

Nel recente saggio, invece, al fianco di tale ipotesi, ritenuta comunque valida, se ne aggiungono altre, le quali corrono parallele e s’intersecano con la prima.

Bernardi, come già fatto in tutti i suoi lavori, si confronta sempre con il contesto internazionale del personaggio o dell’epoca che affronta. All’interno delle logiche della Guerra Fredda, entro cui si strutturano le dinamiche politiche, economiche e sociali del secondo dopoguerra italiano, la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura vede nelle reti finanziarie internazionali delle umbratili, ma determinanti, presenze.

Oramai prossimi al crollo del sistema di Bretton Woods, formalizzato da Nixon il 15 agosto del 1971, con vorticosi e crescenti processi d’internazionalizzazione finanziaria, che daranno sostanzialmente l’avvio alla globalizzazione, gli istituti di credito italiani erano attenzionati per i loro ricchi depositi. La Banca Nazionale dell’Agricoltura si collocava al 7° posto in Italia (780 miliardi di depositi), mentre la Banca Commerciale e la Banca Nazionale del Lavoro – a loro volta colpite dalle bombe il 12 dicembre del 1969, per fortuna senza causare vittime – si collocavano rispettivamente al 2° e al 1° (queste ultime due, messe assieme, assommavano ben 6.780 miliardi, risultando tra i primi 30 istituti bancari al mondo). E mentre nel biennio ’68-’69 si consumava la stagione delle proteste studentesche, delle rivendicazioni sindacali operaie e sul piano rurale si approntava la contestata (dai liberali e dai missini) riforma degli affitti agrari, l’Italia, come già accaduto in tono minore nel 1964 con il primo governo di centro-sinistra, vedeva un’ingente fuga di capitali all’estero, che nel solo 1969 assommarono a 1.877 miliardi di lire, metà dei quali illegali. Una situazione di pressioni esterne, lotte di potere nel capitalismo industrial-finanziario e tensioni sociali interne, a cui le oligarchie finanziare internazionali guardavano con forte interesse. Oligarchie entro cui si muovevano anche speculatori di casa nostra. Un nome su tutti, quello di Michele Sindona, il noto affarista siciliano che proprio nel mondo agro-commerciale aveva mosso i suoi primi passi – il padre era un impiegato del Consorzio Agrario Provinciale di Messina, mentre lui stesso iniziò la sua carriera presso un’impresa alimentare, la Bosurgi, come consulente fiscalista – e che nella Banca Nazionale dell’Agricoltura vedeva un ricco forziere da conquistare per intraprendere la sua scalata al sistema bancario e industriale italiano.

Oltre gli appetiti individuali di determinate figure, terminali ultimi di queste manovre erano gli Stati Uniti e la City londinese, tutt’oggi centri nevralgici del potere finanziario globale. Se i primi erano per lo più interessati al lato economico, con un occhio sempre attento alle vicende politiche italiane, ma non in senso interventista rispetto a quanto invece faranno in altre aree geografiche (vedi Grecia e Cile), in quella fase erano gli inglesi a dimostrarsi più attivi nelle ingerenze politiche. Solo accennato (purtroppo) nell’epilogo finale, Bernardi indica come tra le maglie di questi conflitti interni/esterni gravitanti sull’Italia siano da inserire alcune linee della politica estera britannica. Attraverso la sua fitta rete diplomatica, militare e d’intelligence, oltreché alla già citata centralità di Londra all’interno del mondo finanziario, il Regno Unito cercava d’indirizzare a proprio vantaggio o di sabotare la politica italiana, facendo leva anche su attori istituzionali. L’obiettivo principale, secondo l’autore, era quello di ridimensionare e contrastare un certo attivismo italiano nel Mediterraneo, secondo una logica neocoloniale. Seppur cronologicamente posteriore rispetto agli eventi del 1969, essendo datato 21 giugno 1972, è prezioso per capire tali ramificati intrecci un documento posto in appendice. Trattasi della lettera che il senatore del MSI Gastone Nencioni scriveva proprio a Michele Sindona, facendo al finanziere siciliano un resoconto di alcuni incontri avvenuti tra lui, il Senatore democristiano Giuseppe Vedovato (che a breve sarebbe entrato nella terza commissione permanente Affari Esteri) , l’Onorevole missino Giulio Caradonna (membro della P2 e tra i più accesi contestatori della riforma sui fitti agrari) e il Maggiore inglese Tyler al fine di organizzare alcune azioni provocatorie, con l’obiettivo di coinvolgere anche il mondo militare, in funzione anticomunista.

L’intera vicenda, per tutti questi anni relegata all’interno di una predominante interpretazione operaistica e sindacale, con questo lavoro riacquista così la sua dimensione agricola, finanziaria e geopolitica, dimostrandosi ancora più complessa di quanto già non fosse e riaprendo un importante filone di ricerca. Quelli che per il momento sono, seppur ben documentati, solo accenni e tracce, dovrebbero dunque esser ulteriormente approfonditi. Per questo ci auguriamo una seconda edizione aggiornata o un nuovo lavoro sul tema. E riteniamo giustissima l’osservazione fatta da Bernardi nell’introduzione al libro:

Ancora da approfondire è la storia di quell’Italia rurale profonda, di quel mondo – certamente diverso da quello bracciantile e mezzadrile caro alle organizzazioni sindacali di sinistra e alla storiografia di derivazione marxista – che veniva colpito, tramite il corpo delle vittime, nelle sue diramazioni sociali ed economico-finanziarie, e che pure costituiva un’insostituibile base dello Stato democratico. Un mondo fatto di forze, interessi, sub-culture, dedito alla trasformazione dell’agricoltura, caratterizzato da una filosofia di fondo secolare: l’individualismo agrario”.

Un appello che riteniamo valido per un mondo storiografico italiano che, a parte alcune lodevolissime nicchie di studiosi, di cui indubbiamente Bernardi fa parte, solitamente è disattento al variegato mondo delle campagne. E che andrebbe esteso anche a tutti gli storici e gli studiosi delle destre italiane. Credo che manchino quasi del tutto lavori organici circa le diverse visioni dell’agricoltura e del mondo rurale sviluppatesi nel poliedrico mondo delle destre durante la Prima Repubblica. E che invece sarebbero utilissimi per comprendere rapporti, legami di potere, continuità o marginalità, contrasti e rotture sul tema agrario all’interno di un universo politico che continuò, anche dopo la caduta del fascismo, a dibattersi tra un’area sociale (minoritaria) e un’area conservatrice-reazionaria (maggioritaria), che influenzerà fortemente i suoi sviluppi istituzionali ed extra parlamentari.

In conclusione, un libro da leggere e su cui riflettere. Non solo per far luce su quegli anni cruciali della storia italiana e internazionale, ma anche per interrogarci sulla nostra contemporaneità, che sotto certi aspetti ricorda quella stagione. Se allora si apprestava il crollo del sistema di Bretton Woods, annunciando smottamenti sistemici importanti, oggi ci vediamo già immersi in quella post-globalizzazione che segna la fine o la ristrutturazione di quel mondo geopolitico ed economico-finanziario sorto proprio a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70. E come sempre sorge spontanea una domanda, che aleggia sul passato e sul presente: in tutto questo incedere di eventi, come individui e come collettività, quanto stiamo davvero giocando e quanto, invece, siamo giocati?

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