di Mario Bozzi Sentieri
Andare alle ragioni che spingono molti giovani (ma non solo) a scegliere la via dell’emigrazione, significa cogliere la complessità di un fenomeno che va letto al di fuori delle superficiali polemiche politiche a cui certa sinistra ci ha abituati, parlando di “fuga dei cervelli”.
Un ottimo e concreto strumento di lettura di questa complessa realtà è l’ultima edizione, la XX, del Rapporto Italiani nel Mondo (Tau Editrice, 2025) della Fondazione Migrantes: non più solo “emigrazione” o “fuga di cervelli”, ma un insieme di movimenti che raccontano un’Italia plurale, in uscita e di ritorno, dentro e fuori i propri confini.
Non c’è una sola Italia, ma molte Italie che si muovono a velocità diverse, con un fenomeno migratorio che non è solo un problema individuale o familiare, ma un sintomo di una complessa realtà territoriale e sociale. Oltre gli slogan, oltre la mera dimensione occupazionale e remunerativa, in evidenza è la “realizzazione di sé” come persona, quindi la possibilità di creare un nucleo familiare, di diventare genitori, di affrancarsi dalla famiglia, sperimentandosi nella vita lavorativa e non solo.
Non a caso – ci dice il Rapporto della Fondazione Migrantes – ad emergere è una domanda di mobilità sociale e di dinamismo lavorativo (il cosiddetto “ascensore sociale”) che pare mancare nel nostro Paese, laddove le esperienze fuori confine sembrano essere in grado di rispondere ad una domanda importante di miglioramento sociale e familiare.
Bisogna perciò andare ore l’idea/slogan della “fuga dei cervelli”, nella misura in cui la parola “fuga” ha una connotazione emotiva molto forte, tanto da attivare schemi cognitivi profondi e veri e propri frames linguistici che influenzano le nostre interpretazioni e le nostre reazioni. Nell’immaginario collettivo parlare genericamente di “fuga dei cervelli” non significa infatti solo descrivere una migrazione, quanto attribuire ad essa un significato preciso, con connotazioni drammatiche e identitarie per il Paese di partenza, associando al concetto di mobilità quello di perdita, strappo, trauma. L’opportunità e la scoperta di un altrove corrono il rischio di trasformarsi da scelta individuale a simbolo di scarsità e ferita collettiva.
In realtà il quadro è – a partire dai dati numerici – più complesso. Sono infatti 1,3 milioni (20,5%) gli anziani italiani iscritti all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero – AIRE (over sessantacinquenni); mentre 858 mila risultano essere i minorenni (14,9%). Guardando alle classi in età lavorativa: 1,4 milioni hanno tra i 18 e i 34 anni (22,0%), ma quasi 1,5 milioni è tra i 35 e i 49 anni (23,2%) e 1,2 milioni tra i 50 e i 64 anni (19,6%).
Contestualmente ad emergere è il dato che il 67,2% di espatriati italiani dell’ultimo anno non sono laureati, hanno un titolo medio-basso (diploma o licenza media) ma non per questo non sono talentuosi o in possesso di conoscenze e competenze che li rendono particolarmente degni di nota.
Il Rapporto Italiani nel Mondo – ed è l’altra faccia del fenomeno migratorio – non si limita però solo a documentare le difficoltà, le partenze e le lontananze. Esso ci mostra con chiarezza che gli italiani all’estero rappresentano anche una straordinaria risorsa per il nostro Paese, sotto diversi profili. Sul piano culturale, gli italiani nel mondo sono portatori vivi della nostra lingua, delle nostre tradizioni, della nostra cucina, delle nostre arti. Attraverso associazioni culturali, scuole di lingua, eventi, festival, essi mantengono e diffondono l’identità italiana, spesso in contesti dove la globalizzazione tende a livellare le differenze.
Sul piano economico, le comunità italiane all’estero svolgono un ruolo cruciale nei flussi di investimenti, nelle reti commerciali, nell’innovazione e nell’imprenditorialità. Sono ponti essenziali per le esportazioni italiane e per lo sviluppo di nuovi mercati. Molti emigrati – soprattutto quelli di seconda e terza generazione – si inseriscono in settori chiave e possono diventare mediatori strategici tra l’Italia e i Paesi ospitanti.
Infine, sul piano politico e diplomatico, il Rapporto evidenzia la crescente importanza di una “diplomazia popolare” costruita dal basso. Gli italiani all’estero, organizzati in comunità, Com.It.Es. e associazioni, rappresentano un attore di rilievo nelle relazioni tra Stati. Sono spesso protagonisti di iniziative di cooperazione internazionale, di promozione della pace e dei diritti umani. Tuttavia, perché questa potenzialità si realizzi pienamente, è necessario un impegno più forte e consapevole da parte dell’Italia, riconoscendo gli italiani nel mondo non come semplici emigrati o ex-emigrati, ma come parte integrante del tessuto nazionale contemporaneo, con diritti, doveri e opportunità.
Al contempo è urgente una rigenerazione culturale che deve partire dal nostro modo di vedere le cose e da una nuova idea di “Italia fuori dell’Italia”, alla luce delle caratteristiche della nostra presenza ufficiale all’estero, oggi e in proiezione con quanto accadrà nel prossimo futuro. Il pensare, cioè, che la comunità dei cittadini e delle cittadine italiane che risiedono all’estero non è altro da noi: è sempre parte costitutiva, vivace e attiva, dell’unica e sola Italia. Questa nuova idea ci deve fare percepire protagonisti di uno spazio più grande e di un tempo vissuto diversamente con gli italiani all’estero, che rappresentano quei connazionali che non sono affatto “persi per sempre”, che non hanno “abbandonato” il Paese, che non sono protagonisti di “una fuga” senza ritorno.
Non a caso – come è emerso in occasione del recente confronto parlamentare – il governo ha fatto un lavoro in materia di ricerca, con un investimento di 1,2 miliardi di euro, attraverso il piano triennale 2026-2028, a sostegno del rientro di ricercatori italiani dall’estero e degli strumenti per stabilizzare chi ha lavorato nei progetti Pnrr.
Sulla base di questo quadro complesso appare evidente come dietro l’idea della “fuga dei cervelli” ci siano questioni identitarie individuali e collettive che è necessario rendere esplicite, per consentire una riflessione più ampia, in grado di coinvolgere l’intero Paese ed uscire fuori dalle mere polemiche politiche e dalla retorica comunicativa.
Raramente sui media e nei discorsi politici si articola il discorso parlando di mobilità, di circolazione di competenze, di esperienze formative all’estero, esplorando le differenti sfumature di racconto, pensiero e significati a cui queste parole permetterebbero di accedere. L’altra faccia della medaglia riguarda l’immagine che il Paese costruisce di sé: un’Italia che si percepisce, e viene percepita, come un luogo da cui è inevitabile fuggire. Niente di più errato. Oltre l’idea della “fuga dei cervelli” c’è molto di più e di più complesso. Esserne consapevoli è un primo, essenziale passo per attivare risposte adeguate e strategie all’altezza delle sfide in atto e di quelle che verranno.

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