di Mario Bozzi Sentieri
La recente Lettera Enciclica di Leone XIV “Magnifica humanitas”, focalizzata sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale e sulla interpretazione dello sviluppo tecnologico, come un momento decisivo del cambiamento d’epoca contemporaneo, è anche – aspetto sottovalutato da gran parte dei mass media – un’ occasione importante per ripercorrere il lungo e complesso dispiegarsi della Dottrina Sociale della Chiesa, riportandola al centro del dibattito culturale e sociale.
Non a caso la prima parte della “Magnifica humanitas” è specificamente dedicata proprio al tema della Dottrina Sociale, vale a dire quel corpus di principi e insegnamenti con cui il magistero cattolico ha affrontato, nel corso degli ultimi centotrentacinque anni, le grandi questioni dell’organizzazione giuridica, economica e politica della società. Alla base la “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII, definita nella “Magnifica Humanitas” “una pietra miliare nell’evoluzione del Magistero sociale”.
Non è un passaggio di poco conto. Leone XIV con questi richiami riafferma una memoria dottrinaria a tratti sbiadita, invitando il mondo cattolico e non solo ad una riflessione matura sulla “questione sociale”, laddove il Papa della “Rerum Novarum” non si limitava a registrare un disagio, ma indicava possibili vie d’uscita, affermando il diritto ad un salario giusto, riconoscendo nelle persone un valore essenziale prioritario rispetto al capitale e al profitto, difendendo la proprietà privata in “funzione sociale”, apprezzando le associazioni dei lavoratori e proponendo forme di collaborazione tra le diverse componenti della società in alternativa alla logica della “lotta di classe”.
L’ enciclica di Leone XIII si può definire “di svolta”, nella misura in cui – come scrive oggi Leone XIV – fissa due punti cardine della Dottrina Sociale: il primato del lavoro su ogni logica puramente produttiva o finanziaria (“con la conseguente attenzione alle persone e alle famiglie maggiormente esposte allo sfruttamento”) ed il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto. Le encicliche seguenti non fecero che riconfermare ed allargare lo sviluppo del Magistero sociale.
Su questa linea la “Quadragesimo Anno (espressione latina che significa “nella quarantesima ricorrenza” o “nel quarantesimo anno”) titolo dell’enciclica sociale, promulgata il 15 maggio 1931, da Papa Pio XI, nella quale viene riaffermata la validità della Dottrina sociale della Chiesa cattolica a quarant’anni dalla prima enciclica sociale. Pio XI in essa afferma le implicazioni etiche dell’attività economica, specialmente nell’epoca dell’industrializzazione, motiva le norme di quest’etica sia partendo dal Vangelo sia da principi di etica naturale, descrive i danni che derivano alla società e alla dignità dell’uomo sia dal capitalismo sfrenatamente incontrollato sia dal comunismo totalitario, e insiste sulla necessità della ricostruzione di un ordine sociale basato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà. Centrale è il ruolo decisivo attribuito – scrive Leone XIV – “alle associazioni professionali, ai sodalizi dei lavoratori e ai vari corpi intermedi della vita economica e sociale, riconoscendo in queste forme organizzate della società un presidio essenziale per l’equilibrio civile e per la tutela del bene comune”. In sintesi – ci permettiamo di aggiungere noi – alle corporazioni, tema tabù nel contemporaneo dibattito sociale.
Il 15 maggio 1961 è Giovanni XXIII a riprendere ed ampliare il tradizionale insegnamento della Chiesa in ordine ai problemi sociali. Con l’enciclica “Mater et Magistra” il Papa sviluppa le tesi già esposte nelle due precedenti encicliche, in relazione anche ai problemi più attuali.
Di particolare importanza il valore della persona e della libertà economica, insieme alla riaffermazione della perfetta liceità della tendenza alla socializzazione, purché attuata nel rispetto dei diritti della persona. Anche qui viene ribadita la scelta “partecipativa”: “Riteniamo che sia legittima nei lavoratori l’aspirazione a partecipare attivamente alla vita delle imprese, nelle quali sono inseriti e operano”.
Come ammonì Giovanni Paolo II, nella “Centesimus Annus” (1991), in piena continuità con la “Rerum Novarum”, “Si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società”.
Con la “Caritas in veritate” (29 giugno 2009) Benedetto XVI evidenzia la continuità della Dottrina Sociale della Chiesa, sottolineando come i documenti in materia vadano sempre letti “dentro la tradizione della dottrina sociale della Chiesa”, costruita “sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori della Chiesa”.
Alla base i seguenti principi permanenti: la dignità della persona umana, il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà.
La Dottrina Sociale, segnata – nell’ultimo decennio – da una diffusa “disattenzione” sia all’interno della Chiesa Cattolica che presso gli ambienti ad essa affini (Università, sodalizi culturali, realtà associative, singoli intellettuali), alla luce della “Magnifica humanitas” e degli orientamenti di Leone XIV, pare destinata ad una significativa ripresa d’interesse. Con delle “ricadute” che vanno ben oltre la semplice memoria e l’ambito cattolico.
Particolarmente oggi, allorché, in una fase di profonde trasformazioni economiche e sociali, si sente la mancanza di organiche indicazioni costruttive e ricostruttive, che sappiano declinare, sul piano degli istituti rappresentativi (a livello di azienda e di sistema Paese), il richiamo a principi extraeconomici; che indichino realistici meccanismi ridistributivi; che ridiano centralità ai corpi sociali, sfibrati da una sistematica opera di disintermediazione. In un mondo “senza bussole”, troppo spesso in balia dell’emergenza (e di soluzioni “tampone”) trovare il senso di visioni lunghe e di concrete risposte alla nuova questione sociale è una concreta prospettiva per ricostruire l’auspicata integrazione sociale, vera risposta ad una realtà “divisiva”, tra chi ha molto e chi stenta a vivere, tra chi si sente “integrato” e chi invece viene escluso. Su questo piano la Dottrina Sociale può svolgere un ruolo essenziale. Basta saperla leggere e trasformarla in buone azioni di governo.

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