Intervista a Ivan Buratto, a cura di Sandro Righini
Ho conosciuto Ivan Buratto in occasione di un progetto documentaristico – ancora in fase di assemblaggio – in cui l’ho coinvolto in qualità di tecnico sul tema del contoterzismo in agricoltura. Da subito mi è stata chiara la grande passione per l’agricoltura e per la meccanizzazione agraria che lo anima. Di formazione perito meccanico, con una laurea in ingegneria meccanica, dopo molti anni da dipendente nel settore delle fonderie di leghe leggere, ha recentemente tradotto questa sua passione in un’attività professionale a tempo pieno e con la sua Agromeccanica Domani, nata nel 2014, fa consulenza tecnica in ambito di omologazione stradale e sicurezza di macchine agricole e operatrici.
Ma l’interesse di Ivan non si ferma all’attività lavorativa, spaziando anche sul modellismo agricolo, i trattori d’epoca e l’approfondimento storico. E proprio da questi suoi interessi nasce un libro molto particolare: “Sussidiario illustrato del contoterzismo. Volevo fare il terzista! Storie di agromeccanica nel medio Polesine. Volume 1: Luciano Lubian lavorazioni agricole conto terzi”. Un volume che ha visto già una seconda edizione aggiornata nel 2025.
Partendo da questo dettagliato e approfondito lavoro di Ivan, ho voluto addentrarmi con lui in una chiacchierata che, dal mondo del contoterzismo, ci ha portato ad affrontare l’evoluzione dell’agricoltura italiana nel corso del XX secolo. Un’evoluzione tecnica, ma anche e soprattutto sociale ed economica, che ha letteralmente cambiato volto alle campagne italiane.
E oggi cosa ci aspetta?
Di questo e di altro ancora si è trattato in questa intervista. Buona lettura a tutti voi.
Da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro sul contoterzismo agricolo nel medio polesine?
Più che da un’esigenza, questo libro nasce da due debiti: un debito di coscienza e un debito di riconoscenza.
Il debito di coscienza è verso me stesso. Sono nato e cresciuto in campagna e, fin da bambino, ho respirato l’atmosfera dell’agricoltura del Polesine. Ricordo il rumore dei trattori, l’odore del gasolio, l’attesa della trebbiatura e quelle macchine che ai miei occhi sembravano gigantesche. Ma, più ancora delle macchine, ricordo gli uomini che le guidavano: professionisti capaci che, con il loro lavoro, scandivano le stagioni e accompagnavano l’evoluzione dell’agricoltura. Crescendo ho capito che quei ricordi non appartenevano soltanto alla mia infanzia, ma rappresentavano un patrimonio di memoria collettiva che rischiava di andare perduto. Sentivo il dovere di restituirgli dignità attraverso un racconto.
Il debito di riconoscenza è invece verso chi quella storia l’ha scritta davvero. Penso innanzitutto a Luciano Lubian, che per me non è stato soltanto un grande imprenditore agromeccanico, ma è anche un amico. La sua vicenda imprenditoriale mi ha offerto l’occasione per raccontare una categoria di uomini che ha contribuito in modo determinante alla modernizzazione dell’agricoltura italiana, pur rimanendo quasi sempre lontana dai riflettori.
Ho scelto di partire dal Medio Polesine perché è la terra che abito, quella in cui sono cresciuto e della quale conosco persone, aziende e storie. Ma avrebbe potuto essere il Piemonte, la Sicilia o qualsiasi altra parte d’Italia. Sarebbero cambiati i paesaggi, le dimensioni delle aziende, le taglie delle macchine e le colture; non sarebbe cambiata la sostanza. Ovunque il contoterzismo ha rappresentato il motore della meccanizzazione agricola e della modernizzazione, mettendo competenze, tecnologia e capacità imprenditoriale al servizio degli agricoltori.
In fondo, questo libro racconta una storia locale per parlare di una storia nazionale. Ho cercato di scrivere il libro che da ragazzo avrei voluto trovare su uno scaffale di una biblioteca: un libro che non raccontasse soltanto le macchine agricole, ma soprattutto gli uomini, le famiglie e gli imprenditori che, con quelle macchine, hanno contribuito a cambiare il volto dell’agricoltura italiana.
Poi, detto fra noi, quell’occhiello nel titolo “Volevo fare il terzista”… forse si riferisce anche a me come autore, e non solo al protagonista Luciano!
L’interessante scelta di affrontare l’evoluzione dei macchinari e delle attrezzature dell’impresa analizzata permette di cogliere bene i cambiamenti avvenuti nel corso del tempo. Quanto sono stati profondi questi mutamenti a partire dal secondo dopoguerra?
Sono stati mutamenti profondissimi, probabilmente i più radicali che l’agricoltura italiana abbia conosciuto nel corso della sua storia. Tuttavia, per comprenderne appieno la portata, occorre ricordare che l’Italia non partiva dalle stesse condizioni di altri Paesi. Quando negli Stati Uniti la meccanizzazione era già una realtà consolidata, nata anche dall’esigenza di coltivare immense superfici con una limitata disponibilità di manodopera, gran parte della nostra agricoltura era ancora fondata sul lavoro manuale, sulla trazione animale e su un’enorme disponibilità di braccia. La struttura stessa dell’agricoltura italiana, fatta di poderi medio-piccoli, mezzadria, compartecipazione e bracciantato, rendeva inevitabilmente più lento il processo di innovazione.
Nel giro di pochi decenni è però cambiato il modo di lavorare la terra e, soprattutto, il modo di concepire l’agricoltura. Si è passati da un sistema basato prevalentemente sulla forza dell’uomo e degli animali a un’agricoltura nella quale la meccanizzazione ha assunto un ruolo centrale. Trattori, mietitrebbie, presse, seminatrici e tutte le altre innovazioni non hanno soltanto aumentato la produttività: hanno ridotto tempi e fatica, modificato l’organizzazione delle aziende e richiesto nuove competenze professionali.
Sarebbe però un errore leggere questa evoluzione soltanto come una successione di macchine sempre più moderne. La meccanizzazione è stata certamente un grande progresso tecnico, ma anche una profonda trasformazione sociale. Una macchina non sostituiva soltanto un attrezzo: spesso sostituiva il lavoro di decine di persone. Ha liberato intere generazioni dalle attività più dure e usuranti, ma ha anche modificato gli equilibri delle campagne, riducendo il bisogno di manodopera e facendo venir meno molte forme di lavoro collettivo che avevano caratterizzato la civiltà contadina per secoli.
È in quegli anni che l’agricoltura italiana diventa davvero moderna. La meccanizzazione non cambia soltanto gli strumenti di lavoro: cambia l’organizzazione delle aziende, il rapporto con il tempo, la produttività e perfino il modo di concepire il mestiere dell’agricoltore. È una trasformazione che investe l’intero Paese e che segna il passaggio definitivo da un’agricoltura di sussistenza a un’agricoltura sempre più imprenditoriale e specializzata.
Come s’inseriscono le imprese agromeccaniche in questo contesto di repentina modernizzazione dell’agricoltura nazionale?
Le imprese agromeccaniche non si inseriscono semplicemente in questo processo di modernizzazione: ne sono state uno dei principali motori.
L’agricoltura italiana si è trovata a dover affrontare una trasformazione tecnologica sempre più rapida, con macchine sempre più complesse e investimenti sempre più rilevanti. In un Paese caratterizzato da aziende agricole mediamente piccole e da una forte frammentazione fondiaria, era impensabile che ogni impresa potesse sostenere autonomamente il costo delle innovazioni che via via si affacciavano sul mercato.
È proprio in questo contesto che il contoterzismo assume un ruolo strategico. L’imprenditore agromeccanico investe in macchine, attrezzature, competenze e organizzazione, mettendo tutto ciò a disposizione di molte aziende agricole. In questo modo il progresso tecnologico non rimane patrimonio di pochi, ma diventa accessibile all’intero sistema agricolo, consentendo anche alle realtà più piccole di beneficiare delle migliori tecnologie disponibili senza doverne sostenere direttamente l’intero costo.
A mio avviso, questo è il vero valore del contoterzismo. Non è soltanto un prestatore di servizi, ma un diffusore del progresso tecnico in agricoltura. Ecco perché le imprese agromeccaniche rappresentano ancora oggi una componente indispensabile dell’agricoltura italiana.
Dove affondano le radici storiche del contoterzismo in agricoltura?
Le radici del contoterzismo sono molto più profonde di quanto si possa immaginare. Sarebbe riduttivo farle coincidere con l’arrivo del trattore o della mietitrebbia. In realtà il contoterzismo affonda le proprie origini nella stessa storia dell’agricoltura, ogni volta che qualcuno metteva la propria esperienza, i propri animali, i propri attrezzi o la propria forza lavoro specializzata al servizio di altri agricoltori.
Pensiamo ai bovari con “i tiri” di buoi, piuttosto che ai proprietari delle prime locomobili e delle trebbiatrici: erano tutte forme di specializzazione che consentivano di svolgere lavorazioni che il singolo imprenditore agricolo, da solo, spesso non era in grado di affrontare. Cambiavano gli strumenti, ma il principio era già quello che oggi riconosciamo nel contoterzismo.
La vera svolta arriva con la meccanizzazione del Novecento. Le macchine diventano sempre più sofisticate e costose, richiedono competenze specifiche, manutenzione e investimenti importanti. È in questo momento che il contoterzista evolve da prestatore d’opera, seppur con “mezzi a corredo”, ad imprenditore agromeccanico. Non offre più soltanto il proprio lavoro, ma tecnologia, organizzazione e conoscenza.
Per questo motivo considero il contoterzismo non una semplice attività di servizio, ma una componente strutturale dell’agricoltura italiana. La sua storia accompagna quella della meccanizzazione, ma le sue radici sono molto più antiche: affondano nella naturale tendenza dell’uomo ad organizzare il lavoro, a specializzarsi e a condividere competenze e mezzi per rendere più sostenibile l’economia delle aziende agricole.
C’è stata, se c’è stata, una stagione d’oro delle imprese di lavorazioni agromeccaniche in Italia?
Credo che parlare di un’unica “stagione d’oro” sia riduttivo. La storia del contoterzismo è fatta di più stagioni, ciascuna delle quali ha avuto un ruolo determinante nell’evoluzione dell’agricoltura italiana.
Gli anni Venti e Trenta sono stati quelli dei pionieri. Comparvero i primi trattori, le locomobili, le trebbiatrici e le prime imprese che ebbero il coraggio di investire in mezzi allora straordinari, mettendoli al servizio degli agricoltori. Erano gli albori di una nuova figura imprenditoriale.
Il secondo dopoguerra, e in particolare gli anni Cinquanta e Sessanta, rappresentano invece la nascita della moderna meccanizzazione agricola. Il trattore sostituisce definitivamente la trazione animale, arrivano le mietitrebbie semoventi e una nuova generazione di attrezzature. È il periodo in cui il contoterzismo diventa il principale strumento di diffusione dell’innovazione nelle campagne italiane.
Se però dovessi individuare il momento di massimo sviluppo delle imprese agromeccaniche, sceglierei gli anni Settanta e Ottanta. È in quella fase che la meccanizzazione investe praticamente ogni operazione colturale, comprese lavorazioni fino ad allora svolte manualmente, come la sarchiatura. Contemporaneamente si affermano i concimi minerali, i diserbanti ed i prodotti fitosanitari, la cui distribuzione sarà inizialmente affidata per la maggiore alle imprese agromeccaniche, che diventano protagoniste non solo della meccanizzazione, ma anche dell’innovazione agronomica.
Oggi stiamo forse assistendo ad un fenomeno di contrazione delle imprese agromeccaniche?
Oggi il contesto è profondamente cambiato. Le stesse aziende agricole sono molto meno numerose rispetto al passato, ma mediamente più grandi, più strutturate e più capitalizzate. La progressiva concentrazione della superficie agricola in un numero inferiore di imprese consente a molte di esse di dotarsi direttamente di macchine che un tempo erano patrimonio quasi esclusivo del contoterzismo, comprese, in alcuni casi, le mietitrebbie. È una trasformazione ben documentata anche dai più recenti censimenti dell’agricoltura italiana, che mostrano una riduzione del numero delle aziende accompagnata da un aumento della loro dimensione media.
Questo, però, non significa che il ruolo delle imprese agromeccaniche sia destinato a ridursi. Al contrario, sta cambiando la natura del loro valore aggiunto. Se quarant’anni fa il vantaggio competitivo era possedere la macchina più grande o più moderna, oggi è saper governare tecnologie sempre più sofisticate: agricoltura di precisione, sistemi satellitari, telemetria, gestione dei dati, mappe di prescrizione, automazione e intelligenza artificiale applicata alle lavorazioni.
In fondo, la storia del contoterzismo è una storia di continuo adattamento. Sono cambiate le macchine, sono cambiate le aziende agricole e sono cambiate le tecnologie, ma non è cambiata la funzione di queste imprese: essere il punto di incontro tra l’innovazione e le esigenze concrete dell’agricoltura. È questa capacità di evolversi, più che una singola stagione irripetibile, a rappresentare la loro vera forza.
Cosa si prospetta, secondo te, all’orizzonte?
Credo che il settore stia attraversando una fase di profonda trasformazione. Non parlerei di crisi, ma di un cambiamento che richiede alle imprese agromeccaniche di ripensare continuamente il proprio modello di sviluppo.
Come dicevo, per molti anni il valore di un contoterzista è stato identificato soprattutto nella disponibilità di macchine sempre più potenti e produttive. Oggi questo non basta più. Le nuove tecnologie, dall’agricoltura di precisione alla digitalizzazione delle lavorazioni, richiedono competenze che vanno ben oltre la semplice conduzione delle macchine e un livello di professionalità impensabile fino a pochi anni fa.
A questo si aggiungono investimenti sempre più onerosi, un quadro normativo in continua evoluzione e la difficoltà di trovare personale qualificato. Le macchine si possono acquistare; molto più difficile è trovare persone preparate, motivate e capaci di utilizzarle al meglio. Credo che questa sia oggi la vera sfida del settore.
Sono convinto, però, che proprio in questa complessità risieda anche la principale opportunità.
Se dovessi sintetizzare il futuro del contoterzismo in una frase, direi che il ferro continuerà ad essere importante, ma sarà il capitale umano a fare la differenza.
Perché, in fondo, ogni generazione di imprenditori agromeccanici ha dovuto reinventare il proprio mestiere. E quella attuale non farà eccezione.
Una domanda finale di carattere più generale: di cosa avrebbe bisogno la nostra agricoltura in questi difficili frangenti segnati da un’incertezza costante?
La parola che meglio descrive l’agricoltura di oggi è globalizzazione. I nostri agricoltori operano in un mercato mondiale, dove il prezzo non dipende più soltanto dalla qualità del raccolto o dall’andamento della stagione nel nostro territorio, ma da ciò che accade contemporaneamente in Ucraina, negli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina o in Cina. Una guerra, una siccità o una decisione politica presa dall’altra parte del mondo possono avere conseguenze immediate anche sulle nostre aziende.
In questo scenario, l’agricoltura italiana deve confrontarsi con una concorrenza internazionale spesso caratterizzata da regole, costi di produzione e standard ambientali molto diversi dai nostri. È una sfida complessa, che non può essere affrontata soltanto chiedendo maggiori aiuti economici.
Credo che la vera risposta stia nella capacità di valorizzare ciò che rende unica la nostra agricoltura: qualità, innovazione, sostenibilità, professionalità e una continua evoluzione tecnologica. La meccanizzazione ha sempre rappresentato uno degli strumenti con cui gli agricoltori hanno affrontato i cambiamenti, e oggi continua a svolgere questo ruolo attraverso l’agricoltura di precisione, la digitalizzazione e l’utilizzo sempre più razionale delle risorse.
Ma tutto questo deve essere accompagnato da politiche capaci di guardare oltre il breve periodo. L’agricoltura ha bisogno di programmazione, di ricerca, di trasferimento del progresso tecnologico e di una visione strategica che consenta alle imprese di investire con fiducia. Non possiamo pretendere che le nostre aziende competano in un mercato globale se poi le lasciamo sole ad affrontarne le conseguenze.
La storia dell’agricoltura insegna che ogni grande trasformazione è stata affrontata investendo nella conoscenza e nel progresso tecnico.
Oggi la sfida non è diversa. Dobbiamo continuare ad investire nel progresso tecnico e nelle competenze, ma senza perdere di vista il valore economico, sociale e culturale della nostra agricoltura. Perché, in un mondo sempre più globale, la competitività non si misura soltanto sul costo di produzione, ma anche sulla capacità di produrre qualità, conoscenza e valore. L’agricoltura italiana non potrà mai competere con alcune realtà mondiali sul costo della terra, sulla dimensione delle aziende o sulla disponibilità di manodopera. Potrà però continuare ad essere competitiva se saprà fare ciò che ha sempre fatto meglio: trasformare conoscenza, tecnologia, qualità e capacità imprenditoriale in valore. È questa, a mio avviso, la vera sfida della globalizzazione.

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