di Mario Bozzi Sentieri
Manuela Lamberti e Raffaele Zanon, fondatori, nel 2021, dell’”Arsenale delle idee”, forum in videoconferenza streaming sui temi dell’attualità culturale, finalizzato a creare un collegamento tra le varie realtà di produzione della cultura non conformista, in chiusura d’anno (con lo sguardo rivolto al 2026) hanno lanciato la proposta di definire un manifesto della “cultura plurale”. Tra tante iniziative spot e fughe individuali, l’idea del “Manifesto” può essere una buona occasione per aprire, a livello comunitario, una riflessione fondativa che abbia al centro idee, valori e strategie per una cultura non-conforme nel tempo della destra italiana di governo. Con questo spirito mi permetto di tracciare un’ipotesi d’intervento, aperta ovviamente ai contributi (e alle critiche) di quanti si riconoscono nell’idea lanciata da Manuela e Raffaele.
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“Abbiamo lasciato la terra – scriveva Nietzsche – e ci siamo imbarcati sulla nave. Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto : abbiamo tagliato la terra dietro di noi. (…) Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà…” Quante volte, nel corso degli anni, abbiamo evocato l’immagine “Nell’orizzonte dell’infinito” della Gaia Scienza? Quanti “ponti” abbiamo tagliato alle nostre spalle, impegnati a cercare nuove, più ardite sintesi ? E quante “fughe” dalla nostalgia per cercare spazi di libertà all’altezza delle sfide che vedevamo delinearsi all’orizzonte ?
Ed oggi? Nel tempo in cui all’ordine del giorno del Paese è la perdita di senso e di scopo della politica, dove trovare il bandolo della matassa, per non restarne ingarbugliati? Agitare vecchie parole d’ordine ? Rivendicare storiche distinzioni?
La gente, la gente comune, che non vive di pane e politica ed è immersa nello spaesamento postmoderno, chiede, più o meno inconsciamente, non solo buona ed onesta amministrazione ma anche valori e “modelli” in grado di “informare”, cioè di dare forma alle comunità locali e a quella nazionale, una forma però capace di adattarsi a questo tempo, di comprenderlo e con esso di misurarsi.
Difficilmente i vecchi abiti ideologici potranno essere adottati alla nuova realtà. La sfida di questo tempo postmoderno, sfida culturale e politica insieme, deve allora essere spostata dalle rappresentazioni “di scuola” ad una nuova presa di coscienza rispetto alle identità vecchie e nuove (locali, produttive, professionali, associative) e dunque alla capacità/possibilità di integrarle nel contesto degli scenari contemporanei.
Continuando a porre domande … Tra il disinteresse, proprio dell’idea liberale laisser faire, laisser passer ed il collateralismo, tipico della vecchia egemonia di stampo gramsciano, c’è una “terza via” per ripensare il rapporto dell’area, politicamente vasta, di centrodestra ed il mondo intellettuale? Il tema non è nuovo. Ma il fatto che continui a riproporsi – di stagione in stagione – conferma che l’argomento è tutt’altro che superato. Diciamo allora che va “revisionato”, alla luce dei più recenti avvenimenti.
Intanto prendendo atto che ormai le storiche appartenenze della sinistra, culturalmente organica, si sono sfarinate, rendendo palesi le sue congenite debolezze. Gli appelli, le rettifiche, gli inviti a cambiare temi e mentalità, diffusi, da sinistra, negli ultimi mesi, confermano il venire meno dei vecchi richiami ideologici.
Al bando perciò i complessi d’inferiorità da parte di chi con quel mondo nulla ha mai avuto a che fare. Alla presa d’atto occorre però fare seguire una risposta metodologicamente all’altezza della sfida, evidenziando le debolezze strutturali dell’area vasta di centrodestra, non sempre consapevole della sfida culturale e quindi delle necessarie contromisure sul tema, anche laddove potrebbe da subito incidere, a cominciare dalle amministrazioni locali.
A pesare è il già ricordato complesso d’inferiorità verso la cultura di sinistra o meglio verso i suoi storici esponenti, in una logica di sostanziale continuità gestionale; a seguire il disinteresse da parte dei partiti di centrodestra rispetto alle tematiche culturali; la non-volontà ad incidere sulla programmazione; il permanente isolamento delle realtà culturali non conformiste (di area liberale, cattolica, nazionale). Qui – sia chiaro – non è in discussione il valore del Governo. Ad emergere è piuttosto la necessità di un’azione politica (non partitica) in grado di delineare visioni “di prospettiva”. Gli argomenti non mancano.
Pensiamo alla riscoperta e celebrazione delle tradizioni e quindi alle radici culturali delle diverse realtà locali; alla rottura dei bassi orizzonti del materialismo antistorico, del mercantilismo sradicato, del profitto senz’anima; all’etica del bene comune, del sacrificio e della gratuità nel mondo della cultura, individuando nell’arte e nella bellezza valori assoluti e non mercificabili o strumentalizzabili; guardiamo ai giovani, artefici di una cultura rinnovata, capace di creare simboli identificativi profondi, partecipe della nostra tradizione artistica, teatrale, musicale ed insieme capace di aprirsi alle sfide della modernità.
Nel contempo va capita e rappresentata una forte domanda di tutela, di conservazione delle comunità locali, delle identità diffuse di un’Italia profonda, ma spesso misconosciuta, la quale cresce con uno spirito ed una logica nuova, non più legata al vecchio localismo, al folklore e al provincialismo, ma impegnata a fare sistema, a promuoversi, attraverso forme di consorzio e di valorizzazione legate ai prodotti della terra, all’artigianato, al turismo. Del resto, il patrimonio di ogni aggregato urbano, piccolo o grande, ha una duplice valenza, insieme fisica e spirituale. Essa è fatta di pietre, di chiese, di monumenti e di memoria. Questa memoria si incarna nel vissuto quotidiano ma anche nelle produzioni materiali, in quella che è stata definita “l’architettura del commercio”, nell’arte delle botteghe e nel lavoro degli artigiani, nell’eleganza degli arredi e nella tipicità delle produzioni.
In questo ambito uno dei metri di riferimento è la qualità, che, in linea con una visione postmoderna, non è, non è solamente, un attributo o una proprietà morale. Il “marchio Italia” riguarda, oggi, gli strumenti normativi necessari a difendere le produzioni nazionali, in un quadro di economia globalizzata, ed insieme sollecita una presa di coscienza culturale, essenziale al fine di dare nuovo senso e tutela ad una tradizione di buon gusto, di stile e di qualità della vita che appartiene al nostro Paese e che ci viene universalmente riconosciuta.
Non si tratta però solo di conservare l’esistente e di valorizzarlo. Occorre dinamicizzare la realtà sociale, favorire il ricambio generazionale, dare spazio alla creatività.
Ulteriore elemento essenziale, dopo la ripresa d’identità locale-nazionale e di qualità culturale-produttiva è il riconoscimento dei meriti.
Pensare e lavorare per costruire una società in cui il merito individuale venga riconosciuto, valorizzato e premiato, vuole dire ridare coraggio e motivazioni ai “produttori del futuro”. In questa definizione vanno certamente compresi giovani, ma, più in generale, tutti coloro i quali sentono la responsabilità di giocare un ruolo attivo, in questa fase di passaggio epocale ed oltre essa.
Identità, qualità, meritocrazia: è un’Italia positiva, bella e costruttiva quella che va trasmessa all’opinione pubblica: aspettativa e progetto, attraverso cui i valori diventano atto politico concreto e le idee si trasformano in suggestioni ed emozioni.
Ecco – in estrema sintesi e quale ulteriore contributo ad una riflessione sul superamento “in positivo” delle ideologie novecentiste – la sfida a cui la destra della postmodernità deve rispondere in modo adeguato. Tradurre emozioni, tradizioni, identità in segni concreti, in proposte normative, in aspettative reali, in nuova coesione sociale. E viceversa trasformare le opportunità offerte dalla rivoluzione tecnologica in strumenti di valorizzazione delle identità, della qualità, dei meriti.
Concretezza e suggestioni, realismo e aspettative: in questo mix l’affascinante impegno del ripensamento-cambiamento può diventare un obiettivo concreto e vincente. Senza torcicolli. Senza sterili nostalgie.

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