IL DEBITO PUBBLICO NON È UN ONERE PER LE GENERAZIONI FUTURE

IL DEBITO PUBBLICO NON È UN ONERE PER LE GENERAZIONI FUTURE

Di Flaminia Camilletti

È necessario far chiarezza sul tema del debito pubblico e sui motivi che inducono la comunità e l’opinione pubblica a ritenere che possa essere un peso per le generazioni future. La verità è che le generazioni future erediteranno il debito ma anche il credito italiano: infatti il debito pubblico è il debito dello Stato con i cittadini, le imprese e le banche che detengono i titoli di stato, da questo si evince che debiti e crediti sono del tutto equivalenti a livello macroeconomico. La chiave però risiede in chi detiene il credito pubblico. Nel novembre scorso Ocse pubblicava un documento commentato da il Sole 24 Ore che ci metteva in cima alla classifica dei debiti pubblici pro capite più grandi del mondo. Sappiamo già che la situazione non è migliorata né potrà migliorare con la crisi causata dall’emergenza sanitaria mondiale. È interessante però analizzare altri dati che riguardano chi detiene il debito pubblico italiano, un terzo è in mani straniere: per la precisione il 36%, secondo i dati del 2019 di Bankitalia. Una percentuale enorme rispetto al 1988, quando la quota di debito nazionale posseduta da soggetti esteri era appena il 4%. Eppure oggi è molto meno del 60% dei primi anni duemila, questo significa che le generazioni future oltre ad avere un debito sulle spalle, avranno anche un credito pari oggi a 2/3 del debito pubblico. Con gli eurobond del Recovery fund il meccanismo sarà lo stesso, tutti finanzieremo il debito pubblico europeo emettendo credito, cosa che invece non avverrebbe con il Mes.

Eppure questo vale anche quando una parte del debito pubblico è detenuta da cittadini o istituzioni estere perché all’interno della bilancia dei pagamenti si contabilizzano anche i titoli e le attività finanziarie emesse all’estero e quindi in aggregato non esiste nessun “onere debitorio”. Il senso di colpa del debito pubblico creato dal falso mito dell’italiano spendaccione è errato come lo è il principio del debito pubblico ereditato alla nascita.

La professoressa Antonella Stirati, docente di economia politica per il dipartimento di economia di Roma Tre, ha di recente pubblicato un volume (Lavoro e Salari. Un punto di vista alternativo sulla crisi, L’asino d’oro edizioni, 2020) che illustra molto bene, tra le altre cose, i meccanismi che ci inducono a questo errore di valutazione sul significato di debito pubblico.

La teoria economica attualmente dominante nella classe dirigente ed intellettuale occidentale approccia l’impostazione di analisi economica secondo la quale l’economia tende sempre al pieno utilizzo del lavoro disponibile e della capacità produttiva esistente. Sposando questa teoria (che non è un assioma), la spesa pubblica utilizzerà risorse sottraendole ad un’eventuale investimento privato che arricchirebbe, al contrario, le generazioni future. Questo principio funzionerebbe se esistesse una reale ed equa distribuzione di ricchezza.

Tuttavia, in assenza di piena occupazione (situazione nella quale ci troviamo), la teoria economica indica che la spesa pubblica anche quando finanziata a debito, crea lavoro, produzione e reddito. In questo modo ne giova anche il risparmio privato, arricchendo quindi le generazioni future, il contrario di quello che raccontano giornalisti ed economisti marginalisti. È bene concludere che la teoria neoliberista non è sposata dalla maggior parte di economisti e studiosi per ottusità o per ignoranza, anzi. L’intera architettura dell’Unione europea così come è oggi disegnata poggia sui principi del liberismo, ed è lì che bisogna intervenire politicamente per rivedere le teorie che ormai hanno dimostrato su larga scala quanto fossero errate.

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