SERVE ANCORA L’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE?

SERVE ANCORA L’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE?

di Mario Bozzi Sentieri

“Noi, popoli delle Nazioni Unite, ci impegniamo a salvare le future generazioni dal flagello della guerra (…), a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole (…), a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà (…), abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini (…), (istituendo) con ciò un’organizzazione internazionale che sarà denominata le Nazioni Unite.”

Con queste ambizioni – fissate nello suo Statuto – ottantuno anni fa nasceva l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Tra i suoi obiettivi principali il mantenimento della pace e della sicurezza mondiale, lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni, il perseguimento di una cooperazione internazionale e il favorire l’armonizzazione delle varie azioni compiute a questi scopi dai suoi membri.

Quante di queste ambizioni sono state mantenute? Ed oggi che ne è di questo elefantiaco organismo? Nel valutare le Nazioni Unite nel suo  insieme, Jacques Fomerand, autore di The A to Z of the United Nations e di Historical Dictionary of the United Nations, ebbe a scrivere:  “i risultati raggiunti dalle Nazioni Unite negli ultimi 60 anni sono impressionanti nei loro termini. I progressi nello sviluppo umano nel corso del XX secolo sono stati notevoli, e le Nazioni Unite e le sue agenzie hanno certamente aiutato il mondo a diventare un posto più ospitale e vivibile per milioni di persone”. Su un fronte opposto Stanley Meisler, che in United Nations: The first Fifty Years, analizzando il ruolo avuto dall’organizzazione nella decolonizzazione e nei suoi numerosi sforzi nel mantenimento della pace, ha scritto senza mezzi termini: “le Nazioni Unite non hanno mai realizzato le speranze dei propri fondatori”.

Con l’inizio del nuovo Millennio, la situazione dell’Onu si è complicata, arrivando ai livelli di paralisi mai visti dei giorni nostri, in cui il potere di  veto (da parte di ciascuno dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza) è stato usato massicciamente e in aperta violazione del diritto internazionale, per esempio per impedire la ricerca di armi chimiche in Siria, paralizzando il Consiglio di sicurezza, che non è stato capace di svolgere una seppure minima opera di prevenzione/depotenziamento  dei conflitti a livello internazionale.  

Il risultato è che con 59 scontri attivi tra Stati, il 2025 ha segnato un tragico record: il numero più alto di guerre e crisi armate registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale, come evidenziato dall’ultimo Global Peace Index, il report annuale pubblicato dall’Institute for Economics and Peace (IEP), che fotografa un pianeta sempre più frammentato, violento ed instabile.

Il rapporto evidenzia anche un peggioramento nel divario globale tra i Paesi più e meno pacifici: la disuguaglianza nella pace è aumentata dell’11,7% negli ultimi vent’anni. In cima alla classifica dei Paesi più pacifici si trovano Islanda, Norvegia, Finlandia, Giappone e Singapore, mentre quelli più instabili sono concentrati principalmente in Africa e in alcune zone dell’Asia e del Medio Oriente. La possibilità di risoluzione dei conflitti appare inoltre sempre più remota. Solo il 4% delle guerre si conclude oggi con un accordo di pace, contro il 23% registrato negli anni Settanta. La tendenza è quella di scontri prolungati, senza vincitori né vie di uscita diplomatiche, con conseguenze devastanti per le popolazioni civili.

Per non dire della guerra scoppiata nel febbraio 2022 tra Russia e Ucraina, trasformatasi in una lunga guerra di logoramento, e del  conflitto tra Israele e Gaza, scatenato in particolare nella Striscia di Gaza, a seguito dell’attacco di Hamas contro Israele del 2023.

In questo contesto c’è chi dice che l’ Organizzazione delle Nazioni Unite sia clinicamente morta, schiacciata dal collasso dell’ordine mondiale che l’aveva generata, travolta dalla fine del multilateralismo e dalla crisi della rete di relazioni dei suoi fondatori, i quali erano riusciti ad accompagnare  l’ordine mondiale anche attraverso le tensioni  ideologiche del dopoguerra.

Paiono lontane (ed improponibili) le parole del presidente Truman nel giugno del 1945, alla Conferenza di San Francisco, che fece nascere l’Onu, il quale vedeva la Carta dell’Onu come “una struttura solida sulla quale possiamo costruire un mondo migliore”. Oggi i conti vanno fatti con i nuovi contesti internazionali e con la debolezza degli organi dell’Istituzione, dove lo stesso Consiglio di Sicurezza (formato da quindici membri, di cui cinque permanenti e dieci a rotazione) risente dei mutati rapporti di forza internazionali, inadeguati a rappresentare  gli attuali scenari ( in cui si collocano l’Unione Europea, l’India, l’Unione Africana, il Brasile ed i Paesi Arabi)  e le  strategie dei vecchi Paesi leader (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito).

E’ in questo quadro che va collocata e ben compresa la spregiudicata operazione “Bord of Peace” voluta dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump (il Board è stato formalmente istituito il 22 gennaio 2026 durante il Forum Economico di Davos per gestire il dopoguerra nella Striscia di Gaza), mediante la firma dello statuto da parte dei primi paesi membri dell’organizzazione, dopo che lo stesso Trump aveva dichiarato, nel 2025, l’Organizzazione delle Nazioni Unite “insufficiente” e “poco d’aiuto”.

Il “Board of Peace” non si propone solo come strumento per far avanzare la pace e la ricostruzione di Gaza, ma ha l’ambizione di essere chiamato ad affrontare ogni crisi globale. In altre parole, una struttura alternativa rispetto al sistema “decotto” rappresentato dalle  Nazioni Unite. È questa la frattura più inquietante. Di fronte al frantumarsi del vecchio ordine mondiale, l’accelerazione del Presidente Usa di fatto costruisce, in autonomia, una struttura alternativa e verticistica, sostitutiva rispetto al sistema delle Nazioni Unite, con al vertice Trump stesso  (forte di  un mandato a tempo indeterminato) ed un Consiglio esecutivo, espressione  dell’establishment trumpiano e internazionale, rappresentato – questi i primi nomi circolati – dal genero Jared Kushner, dal Segretario di Stato Marco Rubio e dall’ex primo ministro britannico Tony Blair.

L’Italia – come noto – entrerà nella veste di Paese osservatore. Non è facile ipotizzare l’evolversi di questa complessa operazione. Il Presidente statunitense sembra comunque deciso ad accelerare su questa strada, avendo trovato l’adesione di 24 Paesi, tra cui  Argentina, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Ungheria.

Di  fronte a questa “accelerazione” l’Onu avrà il coraggio di abbandonare le vecchie (ed ormai tramontate) rendite di posizione, immaginando ai suoi vertici una riforma “di struttura”? E gli europei avranno lo scatto d’orgoglio necessario per costruire un loro nuovo protagonismo? Per ora Francia e Germania stanno alla finestra. Solo l’Italia ha affrontato la sfida del cambiamento, in qualità di Stato “osservatore” alla prima riunione del Board. Tra l’assenteismo europeo e la partecipazione a scatola chiusa la verifica sul campo appare come una realistica via d’uscita. Senza rompere vecchi ponti, ma sperando di costruirne di nuovi. Tertium non datur.

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