(2. QUALE SOVRANISMO?) UN PUNTO DI VISTA SOCIALISTA

(2. QUALE SOVRANISMO?) UN PUNTO DI VISTA SOCIALISTA

Nel secondo articolo sul sovranismo, ospitiamo un contributo chiaro e diretto che parte da un punto di vista socialista, con l’intento di stimolare proposte, critiche e confronti. L’autore è un economista che scrive su “Il Mediterraneo” e “Il Paragone” e ha pubblicato il volume “Bentornato Craxi”, che riprende in mano la cultura politica del Psi per rileggere il passato e affrontare le sfide del futuro (ndr)

Risulta apparentemente complesso spiegare cosa voglia dire essere socialisti dopo 135 anni di storia del socialismo italiano, nei quali questo termine ha inevitabilmente assunto diversi connotati. Una cosa però è certa: la bussola del socialismo è sempre stata quella di cercare di ridurre le diseguaglianze sociali attraverso l’arricchimento -materiale e non- dei lavoratori. Partendo da tale presupposto è possibile individuare alcuni assiomi. Ad esempio il fatto che non ci si può oggi definire socialisti se non si persegue in modo chiaro ed inequivocabile l’obiettivo di smontare pezzo dopo pezzo l’Unione Europea e la moneta unica.

Contro l’austerità

Stare nello schema europeo corrisponde a seguire ciecamente il modello tedesco dove l’unica politica economica consentita è l’austerità. Un socialista invece sa bene che per far fronte alle crisi è necessario l’intervento dello Stato con politiche fiscali espansive capaci di spingere la domanda aggregata attraverso la spesa pubblica. Non il mercato bensì lo Stato è l’unico soggetto che può evitare le tragiche conseguenze delle crisi economiche come la crescita della disoccupazione, dei fallimenti d’impresa e dei suicidi. Questo un socialista lo sa bene. Allo stesso tempo chi si definisce socialista non può ignorare il fatto che è necessario il ripristino di una banca centrale nazionale capace di fare politiche monetarie espansive realmente efficaci, le quali devono avere come unici limiti quelli che la dottrina economica keynesiana e la Teoria della Moneta Moderna descrivono dettagliatamente, trovando peraltro puntualmente riscontro nelle realtà economiche al di fuori dell’UE.

Un socialista che s’intenda di economia sa benissimo che la preoccupazione per l’inflazione, il concetto di tasso naturale di disoccupazione e le stime sull’output gap, ovvero i pilastri delle politiche economiche europee, non sono niente più che uno spauracchio per perseverare in politiche che avvantaggiano i grandi possessori di capitale finanziario. D’altro canto non ci si può definire socialisti se si accetta un Unione Europea all’interno del quale le grandi società possono trovare paradisi fiscali dove stabilirsi, mentre il cittadino paga più della metà del reddito in tasse. Un socialista oggi non può non sapere che stare in Europa vuol dire condannare il paese al liberismo economico quindi concretamente a tagli alla sanità, all’istruzione, alle pensioni, alle infrastrutture e a tutto il sistema di welfare che ha garantito dal dopoguerra ai primi anni ’90 la riduzione delle diseguaglianze e la crescita del benessere. Ognuna delle oltre 100 raccomandazioni fatte dalla Commissione Europea al nostro Ministero dell’Economia segue questo indirizzo. Mentre i pilastri di un socialista, al contrario delle prescrizioni UE, non possono che essere: lavoro, istruzione e sanità per tutti.

Il ruolo dello Stato

Essere socialisti nel 2020 non vuol dire negare il ruolo del mercato o la concezione stessa del capitalismo, vuol dire invece voler potenziare il ruolo dello Stato nell’economia e riconoscere che lo Stato è l’unico soggetto capace di perseguire la piena occupazione. Un socialista sa bene, perché ce l’ha scritto nel sangue, che liberismo vuol dire flessibilizzazione del mercato del lavoro, cioè contratti sempre più precari, giovani senza certezze lavorative, incapaci di progettare il futuro e crearsi una famiglia. Così come sa bene che liberalizzazione vuol dire affidare settori in monopolio naturale, cioè imprese che per loro stessa natura devono operare in monopolio, a privati. Ciò corrisponde a dare in mano al privato società che offrono servizi essenziali, necessari e inelastici per i cittadini, dunque capaci di fare ottimi profitti i quali verranno poi portati in chissà quale paradiso fiscale. Essere socialisti vuol dire invece pretendere che tali società tornino di proprietà dello Stato e che qualsiasi profitto sia reinvestito per incrementare il livello di occupazione e la qualità del servizio e ridurre le tariffe. Non si può essere socialisti se non si riconosce che le privatizzazioni iniziate nel 1992 hanno distrutto i “gioielli di famiglia” cioè quelle grandi aziende di Stato costruite col sangue dalle passate generazioni, società che ci hanno portato ai vertici mondiali per sviluppo economico. Un vero socialista oggi deve chiedere e pretendere la ricostruzione della politica industriale italiana attraverso il ritorno dello Stato nei settori industriali strategici.

Un socialista sa benissimo che un cittadino non se ne fa nulla di tutti gli altri diritti civili se manca il diritto al lavoro, unico vero diritto capace di garantire la libertà dell’individuo. Essere socialisti oggi vuol dire essenzialmente volere l’incremento del benessere dei cittadini e la riduzione delle diseguaglianze. Essere socialisti oggi vuol dire sapere che l’unico mezzo per raggiungere questi obiettivi è lo Stato e il principale ostacolo è invece l’architettura liberista europea.

Luca Pinasco

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